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le tradizioni

Tradizioni

Le tradizioni sono tutte quelle cose (feste, leggende, usanze, ecc..) che un popolo ha tenuto vive attraverso i secoli, tramandandole di padre in figlio.
Il popolo Filianese, pur accogliendo il progresso che ci rende tutti uguali, ha gelosamente conservato numerose tradizioni che rispecchiano un tenace amore ai ricordi più belli del passato.
Le tradizioni Filianesi sono legate alle varie festività liturgiche dell’anno o al calendario agricolo.

NATALE


Alcuni giorni prima di Natale le donne usavano mettere in acqua i lupini a curare oltre al baccalà e i ceci li preparavano nella cenere.
La mattina della vigilia andavano come al solito a lavorare nei campi.
A mezzogiorno si tornava a casa e si incominciavano i preparativi per la cena.
Preparavano i “
cusciniell”, le “scarpedde”, la “cruccuanda”, la “cipuddate”…
I dolci e tutto il cibo si cucinava sul fuoco.
Usavano come condimento abituale la sugna, grasso ricavato dal maiale.
Solo a Natale comperavano un po’ di olio.
La sera della vigilia, nel camino si metteva un grosso ceppo “lu cippon” e si faceva un bel fuoco perché si pensava che nel corso della notte si sarebbe fermata la Madonna ad asciugare i pannolini di Gesù.
Le famiglie si riunivano tutte per cena.
Sulla tavola si usava lasciare un pezzettino di ogni pietanza, sempre per l’arrivo della Madonna.
Si usava cenare con spaghetti alle alici, zuppa di cipolle con baccalà (
cipuddat) e baccalà fritto. Non si mangia carne.
Il giorno di Natale (uno dei pochi giorni dell’anno) si mangiava carne di gallina da loro cresciuta.
Nel giorno di Natale, mentre le donne cucinavano, gli uomini seduti vicino al fuoco chiacchieravano e giocavano a…
Dopo mangiato si continuava sempre vicino al fuoco a parlare e giocare sgranocchiando frutta secca facendo girare il fiasco del vino.

CARNEVALE


Il 17 Gennaio festa di Sant'Antonio Abate “Sant’Antuone” inizia il Carnevale.
Nel pomeriggio i paesani visitano il santo, in Chiesa.
I giovani con la scusante della visita si uniscono e trascorrono la serata allegramente.
Le comitive di amici non lasciano trascorrere la festa senza “
lu cape ri sauzizza” accompagnate da abbondante libagioni di vino di nuova produzione assaggiato per l’occasione.
Queste provviste sono raccolte passando dalle case degli abitanti del luogo vestiti da “
tintle” e cantando un canto:

« zizza, zizza, zizza
ramm na mazz r sauzizza
s nun vuoi rà
semb zurron t’aggia chiamà,
zurron, zurron, zurron ... »

Dopo l’intero giro i “
tintle” festeggiavano mangiando la roba raccolta “sauzizza, subburssate, uova, pezzent
Questo donare ai “
tintle” indicava la capacità di questo popolo alla socialità, all’onore e solidarietà reciproca.
I “
tintle” erano maschere fantasiose e consistevano nel vestirsi con panni vecchi e di sesso opposto a chi le indossava.

LA “CUCIA” E “FUSTULUTAT”


Momento aggregante di questo popolo era la festa di "San Giuseppe", il 19 marzo.
La sera di "San Giuseppe" si usava accendere in piazza o nell’aia dai ragazzi un falò fatto di fascine di legna e di tralci di vite appena potati e raccolti nella giornata nei vari vigneti.
I ragazzi si divertivano a buttare altre fascine e sterpe sul fuoco in modo che potesse assumere dimensioni gigantesche.
Spentosi il fuoco i paesani raccoglievano le braci e le portavano a casa in segno di benedizione.
Nella stessa festività si usava consumare e donare ai vicini piatti di “
cucia”, minestrone fatto con chicchi di grano, fave, ceci, fagioli, granoturco e cereali di ogni genere cotti in casa o al fuoco pubblico in enormi calderoni.
Sia la “
fustulutati” sia la “cucia” poteva essere ripetuta il 24 marzo, festa dell’Annunziata.

PASQUA


Nei giorni precedenti la Pasqua le mamme preparavano per i figli maschi “lu panar”, un impasto di farina a forma di paniere con sopra un uovo sodo trattenuto da due strisce di pasta incrociate; alle femminucce preparavano con la stessa pasta ed uovo sodo la “pupa” che aveva la forma di una bambola.
I due dolci venivano abbelliti con piccoli confetti colorati o codette di zucchero.
Venivano posti sui letti quando passava il prete per la benedizione delle case.
Veinivano preparati insieme a questi dolci anche altri piccoli pani che si consumavano nei giorni di digiuno della Settimana Santa chiamati “
scarselle”.
Allo “
sparo della gloria”, quando le campane suonavano a distesa la donna usava battere il matterello sul letto per scacciare il demonio e far posto a Gesù Risorto.
La più anziana invece eseguiva il rito della “
furcedda” che passavano ripetutamente sotto il letto recitando: « fuori la malattia da casa mia ».
La mattina di Pasqua si usava mangiare, come benedizione, le uova sode.
Tutta l’alimentazione di quel giorno era basata sulle uova.

SANTUARI


Grande attenzione nella tradizione del popolo filianese hanno rivestito le feste religiose e la conseguente visita dei Santi ai loro santuari.
Una grande devozione lega i filianesi alla Madonna del Carmine (16 luglio).
In quel giorno tutte le attività lavorative si fermavano e la gente si recava ad Avigliano per accompagnare in processione la statua della Madonna portata a spalla sul monte dove si fermerà per due mesi.
Per tutta la durata di permanenza della statua al monte dai vari casali e frazioni si organizzavano pellegrinaggi al santuario per “
bisità Maria”, tante volte a piedi.
Caratteristica particolare di questa processione è la presenza dei “
cint”, altarini ricoperti di candele, spighe di grano o fiori di stoffa, realizzati come espressione “votive”, di “grazie” chieste e ricevute dalla Madonna.
Gli abitanti delle vallate ai piedi del Monte Carmine erano soliti dire che quella era la loro festa più grande che pure i “turchi” (sinonimo di non credenti e quindi musulmani) la rispettavano.
Nell’animo di questa gente era anche molto forte la devozione ad alcuni Santi e santuari.
Si recavano, spesso a piedi o a cavallo di muli, al Santuario di Ripacandida il 7 agosto, festa di San Donato, ad Atella il 13 dicembre, festa di Santa Lucia, e il 15 Agosto a Pierno, Santuario della Madonna dell’Assunta.
Ogni qualvolta si recavano in pellegrinaggio portavano con se il pranzo che consumavano lungo i pendii boscosi dei vari santuari in gruppi di conoscenti o mescolandosi ad estranei rendendo visibile quel senso di solidarietà umana presente nell’animo di questa gente.

MAIALE


Il maiale era un piccolo tesoro, un sicuro investimento, garanzia contro la fame e la carestia, per questo aveva diritto alle più meticolose ed affettuose attenzioni.
Generalmente questi contadini lo acquistavano alle fiere che si svolgevano nei paesi vicini.
Comprato piccolo, veniva cresciuto per un anno e qualche mese, alimentato abbondandemente con ghiande e granoni perché arrivasse all’uccisione più grasso possibile.
Dal maiale si ricavavano prosciutti, salsicce, ventresca, ma soprattutto lardo e sugna, condimento abituale di questa gente. Anche il muso, i piedi, le ossa, il sangue venivano opportunatamente utilizzate.
Si programmava di ammazzare il maiale prima o subito dopo il Natale quando la temperatura scendeva, per meglio conservare le carni o quando le scorte di granone si esaurivano.
L’uccisione del maiale era un momento di straordinaria importanza a cui partecipava tutta la famiglia.
Lo “
scannaporco” toccava al capofamiglia.
La donna in un paiolo raccoglieva il sangue che avrebbe nei giorni successivi trasformato in dolce “
r pizze” o “lu sanguinacc”.
L’uccisione del maiale era un vero e proprio rito a cui partecipava la famiglia tutta e il vicinato prossimo e si concludeva con un banchetto a cui partecipavano i presenti.
Anche questo era un momento di grande socialità e solidarietà.

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