Menu principale:
Il Paese > storia
AUTONOMIA COMUNALE DI FILIANO. RICORDI
di Angelo Raffaele Pace
Presidente del Comitatore promotore per l'autonomia comunale
FILIANO NEL DOPOGUERRA
Le condizioni di Filiano nel 1945 erano prevalentemente agricole. I contadini si industriavano con un più o meno numeroso pollaio, qualche maiale, la pecora, la capra, alcuni avevano anche pochi conigli. Ognuno cercava di essere autosufficiente per riuscire a vivere onestamente e a badare alla propria famiglia spesso numerosa. Quasi tutti avevano anche un cane ed un mulo o un asino, un cavallo e alcuni anche un traino, per assolvere meglio i loro impegni.
Non tutti erano proprietari dell'appezzamento di terreno che coltivavano. Molti erano affittuari o mezzadri. Non tutti possedevano una casa propria. Le abitazioni erano assai modeste per spazio e comodità. La maggioranza non aveva acqua corrente in casa, né tutti il gabinetto. Alcuni erano semplicemente operai che vivevano alla giornata, andando ad aiutare chi li chiamava.
Due erano i mulini elettrici e due i forni a legna. C'erano artigiani, calzolai, falegnami, muratori, fabbri, sarti, barbieri e commercianti con bazar, ossia venditori con un pò di tutto, persino con caffè, osteria e albergo. C'era l'ufficio postale con due impiegati; il prete, ma faceva parte della parrocchia di Avigliano. Vi erano quattro maestri in Filiano e una decina distribuiti fra Scalera, Dragonetti, Sterpito e Montecaruso.
A Filiano c'era l'Ufficio di Stato Civile per la registrazione delle nascite e morti. Mancava la farmacia, mentre il medico risiedeva a Filiano e, a piedi o su di un quadrupede del paziente, andava a visitarlo a Scalera, o Sterpito, o Montecaruso o altrove, con tutte le conseguenze del disagiato viaggio e del tempo che si impiegava.
Le uniche strade carrozzabili esistenti nel territorio e che consentivano l'auto erano per Filiano, Inforchia, Dragonetti, Vaccaro. Tutte le altre borgate ne erano prive. Per questo era inutile un'auto al medico. L'unico mezzo, quindi, nel futuro comune era il quadrupede e, per andare fuori, c'era il treno che bisognava raggiungere a Sarnelli con un'auto che tutte le mattine, alle sei, partiva da Filiano e tornava alle otto; nel pomeriggio tornava alla stazione a prelevare i viaggiatori al rientro da Avigliano, da Potenza o da Rionero, perché in genere quelle erano le mete quotidiane dei filianesi, che andavano al Municipio per certificati o perché chiamati per chiarimenti magari all'esattoria o alla Pretura o agli uffici provinciali, alla farmacia o per visite mediche specialistiche e spese in genere.
Il disagio per raggiungere Avigliano, comunque in non meno di due o tre ore, si faceva più grande quando, per economia o fretta eccessiva, vi si andava a piedi valicando il Monte Caruso e attraversando il bosco, specialmente se si incappava in una pioggia o bufera invernale.
Quanto squallore... visto a distanza di tanti anni!
E dire che ad Avigliano, sino ad alcuni decenni prima, bisognava portare anche i morti, perchè a Filiano non c'era nemmeno il cimitero. Ricordo che mio padre mi raccontava delle battaglie che alcuni volenterosi cittadini avevano condotto, presso la Prefettura di Potenza, per ottenerlo.
Vigeva una sorta di rassegnazione al tenore di vita che in genere menavano tutti i cittadini: lavoratori accaniti che si accontentavano di poco per vivere onestamente. Ancora imperava l'analfabetismo. In Filiano centro si vendevano forse in media cinque copie di quotidiani al dì e non più di altrettante "Domenica del Corriere" alla settimana. Alquanto diffuse erano le radio. Non vi erano diversivi oltre i due bar-cantine che divenivano luoghi di incontro a sera per un paio d'ore, specialmente il sabato e la domenica anche di mattina.
Nei giorni di festa c'era un movimento insolito perché affluivano in molti da tutti sobborghi portandosi anche il cavallo, il mulo o l'asino, quasi sempre seguiti da un cane, spesso un buon pastore dal collo fasciato di piastrine metalliche e chiodi per difenderlo dai lupi che ogni tanto assalivano le greggi.
Il sabato era affollato il barbiere perché l'indomani gli uomini dovevano presentarsi a festa per corteggiare o "vedere" solamente qualche fanciulla che andava a messa e attenderla all'uscita, quando anch'ella faceva mostra del suo bel viso roseo, intrattenendosi un poco in piazza a conversare con qualche amica che non vedeva da una settimana.
Ricordo che allora la piazza SS. Rosario e la piazza Fontana (oggi Vito Reale) erano luoghi di incontro alquanto affollati. Le conversazioni dei concittadini riflettevano sempre i lavori fatti o da farsi, l'esperienza dei “concimi” che vendeva il consorzio agrario, l'opportunità della rotazione nella coltura dei campi, la ricerca da parte dei giovani di un posto in ferrovia, o come carabiniere, o agente di custodia, comunque di un lavoro più redditizio che, insomma, garantisse una vita più umana. Questo desiderio di miglioramento era dovuto anche ai reduci dalla guerra cui avevano partecipato in tanti, che avevano notato la diversità di vita nel Nord Italia, in Francia, Inghilterra o Germania dove erano capitati per le varie vicissitudini militari. Tanto che i reduci sentivano il bisogno di incontrarsi e mi sollecitarono a costituire una sezione di ex combattenti e reduci, appunto per uno scambio di idee e progetti, per informarsi se e quali provvedimenti adottasse il governo a loro favore. Naturalmente essi sapevano che io, quale ex ufficiale dell'esercito, fossi meglio informato e adatto a dare suggerimenti circa il da farsi. Eravamo tutti pieni di speranze e ancora incerti sulle nostre scelte future, essendo più o meno squattrinati e desiderosi di non essere costretti ad emigrare.
Personalmente avevo in serbo la proposta fattami a Parma dal generale Mario Roveda, il quale mi esortava a tornare a Parma per passare, col grado di tenente, nella polizia che si stava per ampliare o rinforzare. Ma ero molto titubante nel decidermi ad abbandonare di nuovo gli affetti familiari ed intraprendere ancora... un'avventura. Forse dovevo decidermi a fare il maestro, o tentare la via della previdenza sociale presso la quale allora pareva assumessero impiegati.
Tanti tentavano comunque l'esperienza di un posto fisso, tranquillo, o si adattavano alla misera vita campagnola e di artigianato. Nessuno dei miei colleghi maestri pensava di allontanarsi.
Ad ottobre 1945 ebbi l'incarico annuale di insegnante a Filiano. Quindi ero quasi deciso a rimanere, salvo eventuali nuove prospettive che non mi avessero però allontanato dall'affetto dei miei cari familiari, genitori, fratelli, nipoti.
Angelo Raffaele Pace, Presidente del Comitato Promotore per l’autonomia comunale.
COSTITUZIONE DEL COMITATO PROMOTORE
Nel 1946 ci furono le elezioni amministrative. Il comizio più affascinante lo tenne il maestro Andrea Mancusi del P.C.I. di Avigliano: la prima cosa che avrebbe concesso la sua amministrazione sarebbe stata l'anagrafe a Filiano, onde evitare a questi cittadini la fatica di raggiungere il Municipio ove ritirare certificati che ora costavano il sacrificio di perdere una giornata di lavoro.
Ad elezioni avvenute, pur avendo vinto i comunisti, non si notò alcun cambiamento mentre il malcontento verso Avigliano aumentava.
Fu così che noi insegnanti di Filiano nel luglio 1946 decidemmo di informarci a Potenza su come separarci da Avigliano.
L'avvocato Domenico Valentini, al quale ci rivolgemmo per primo, disse che dovevamo orientarci verso un uomo politico perché sarebbe divenuta politica la questione.
I democristiani non intendevano perdere i voti di Avigliano, i socialcomunisti non avrebbero certo appoggiato Filiano che prevalentemente era democristiana e non si sarebbero messi contro Avigliano comunista. La soluzione, dunque, era chiara: l'unica autorevole personalità adatta al nostro caso era l'On. Vito Reale, nativo di Viggiano, avvocato, liberale della corrente di Nitti, eletto alla Camera dei Deputati nel 1919 e nel 1921, ministro degli Interni nel primo governo dopo la caduta del fascismo, da poco eletto all'Assemblea Costituente. Quella fu la via giusta, già segnata così per la buona sorte di Filiano.
Andammo dall'On. Reale per domandargli se fosse possibile iniziare una pratica per erigere Filiano a comune autonomo e se ci avrebbe appoggiati; ci rispose che volentieri sposava una simile causa perché conosceva la laboriosità degli abitanti della zona. Ma erano necessari tre elementi: non meno di tremila abitanti, almeno dieci chilometri da Avigliano, che la maggioranza dei contribuenti lo volesse. Ci dovevamo informare.
Sicché tornammo entusiasti a Filiano dove, nei giorni successivi, discutemmo a lungo dell'impresa che sembrava addirittura un sogno. lo ero il maestro fiduciario del direttore didattico di Avigliano Vincenzo Leone, originario di Melfi. Il più anziano tra noi colleghi ed amici era Antonino Pace, poi c'erano i fratelli Canio e Domenico Pace, Andrea Bochicchio e Angelo De Paolis.
Siccome io andavo spesso a Potenza per spese e servizi vari, una di quelle sere si decise che io andassi di nuovo a trovare l'On. Reale per ulteriori chiarimenti sul da farsi e sulla somma che avremmo dovuto spendere. Egli mi riconobbe e mi chiese cosa avessimo deciso di fare, sorridendomi e rincuorandomi ad un tempo, con un fare bonario, calmo e sicuro, che in seguito avrei apprezzato sempre come nota del suo carattere.
Mi disse: "Caro Pace, non è una causa vera e propria come comunemente si crede. La vostra è una faccenda politica e civile, di giustizia e umanità. Poiché certamente gli abitanti di tutte le frazioni che fanno capo a Filiano sono più di tremila e siete ad oltre dieci chilometri dall'attuale comune capoluogo, basterà che la maggioranza dei contribuenti lo voglia con un atto pubblico. Non dovrete pagare me. Io lo faccio, mi impiego a guidarvi perché ritengo che quella popolazione meriti una vita più agevole per dedicarsi meglio alle proprie attività agricole ed artigiane e per fruire più da vicino di un'amministrazione locale che viva i suoi problemi".
La conversazione si protrasse alquanto perché egli volle essere ragguagliato sull'ambiente e le persone con le quali avrebbe avuto a che fare. Naturalmente quell'incontro servì ad entrambi per conoscerci meglio. E mi disse cosa dovevamo fare praticamente: "Innanzitutto dovete costituire un ‘Comitato’ deciso a voler erigere questo nuovo comune autonomo. Detto Comitato deve avere un presidente, un segretario ed un cassiere, quali responsabili dell'azione da svolgere e dell'amministrazione di un certo fondo in danaro, necessario per poter affrontare alcune spese che saranno ineluttabili fin dall'inizio per pagare un notaio che dovrà venire sul posto a raccogliere le firme dei contribuenti aderenti alla richiesta, e poi per viaggi a Potenza e a Roma che certamente saranno necessari per i nostri contatti. Quando sarete pronti tornate da me, così fisseremo un appuntamento col notaio, che io intanto interpellerò, anche per conoscere la somma necessaria".
Quella sera stessa dovendo io riferire dell'incontro con Reale, decidemmo di andare in casa di De Paolis, giacché egli disponeva di un sufficiente locale-studio personale, indipendente e appartato. Dissi loro come stavano le cose e ritenni opportuno suggerire la massima riservatezza su quanto andavamo dicendo, giacché, una volta capita la prassi da seguire, bisognava agire a sorpresa per Avigliano, senza agitare la popolazione di Filiano facendole temere rappresaglie del sindaco. Molti cittadini non avrebbero firmato. Fatto tale patto, siccome eravamo in sei decidemmo che ogni carica avesse il vice. Votammo segretamente su pezzi di carta che Angelo De Paolis offrì e risultarono eletti:
Presidente: Angelo Raffaele Pace, Vice: Domenico Pace
Segretario: Antonino Pace, Vice: Andrea Bochicchio
Cassiere: Canio Pace, Vice: Angelo De Paolis.
E mettemmo in cassa la prima quota ciascuno.
Una volta costituito il Comitato, si risvegliarono in me il sentimento patriottico, l'amore per la terra natale, l'ambizione di fare diventare comune il mio modesto paese e l'inconscia giustificazione ufficiale e valida per la mia permanenza a Filiano.
Le armi dovevano essere: 1) la decisione a volere assolutamente il comune, una volta capito che la legge ce lo consentiva; 2) entusiasmare sempre più l'On Reale; 3) avere accanto un valido e fedele Comitato; 4) convincere i cittadini che ci saremmo riusciti e che ne valeva la pena; 5) avere sempre presente da parte mia che dovevo destare fiducia in tutti i filianesi, i quali non potevano conoscermi abbastanza in quanto i miei anni li avevo trascorsi per due terzi lontano da Filiano. Infatti avevo trent'anni, ma già per frequentare la quinta elementare mi ero dovuto stabilire ad Avigliano, poi avevo continuato gli studi a Potenza e Salerno e infine c'erano stati gli otto anni trascorsi per il servizio militare, la guerra, la prigionia in Germania.
Naturalmente era necessario costituire anche un Comitato esecutivo e propagandistico allargato che chiamammo Comitato Consultivo, che però inizialmente doveva essere ristretto a gente fattiva sì, ma pure riservata, per evitare l'avversione dei consiglieri socialcomunisti locali che potevano ostacolare il piano per appoggiare l'amministrazione comunale che era dello stesso colore politico.
Capimmo subito che dovevano essere molto riservate l'intenzione e la data in cui il notaio sarebbe venuto sul posto per raccogliere le firme dei contribuenti che volevano il nuovo comune. I probabili avversari sarebbero stati i comunisti e i socialisti, i quali, in buona fede, erano ossequienti ad eventuali suggerimenti dei consiglieri comunali da loro eletti. Quindi il Comitato Consultivo bisognava sceglierlo specialmente tra i democristiani, gli altri non impegnati e i reduci che frequentavano la locale sezione. Specialmente Antonino Pace e Andrea Bochicchio conoscevano bene i cittadini di tutto il territorio che ci eravamo proposto di comprendere, perché erano stati sempre sul posto. Da parte mia chiedevo sempre ragguagli ai miei quattro fratelli Donato, Antonino, Domenicantonio e Salvatore, che conoscevano bene l'ambiente.
Si decise che l'azione doveva escludere Lagopesole, giacché lì risiedeva una maggioranza socialista, ma anche perché quelli non potevano sentire il bisogno dell'autonomia, collegati com'erano con Avigliano a mezzo della ferrovia. Dunque bisognava abbracciare la zona da Piano del Conte a Scalera, Sterpito, Monte Caruso, comprendendo la ridente e florida Valle di Vitalba con Dragonetti, Iscalunga, Inforchia; escludendo per ora la zona di Cecci e Sant'Ilario pure dei nostri costumi, ma appartenenti ad altro comune. I consiglieri, quindi, da aggiungere al Comitato Direttivo bisognava che fossero anche di quelle località.
Intanto invitammo un primo gruppo di vari amici di Filiano a far parte del Comitato Consultivo previo versamento di una certa quota per la cassa.
Il Comitato promotore: Canio Pace, Antonino Pace, il Segretario Sisti, il Commissario Pergola, Angelo De Paolis, il Presidente Angelo Raffaele Pace, Andrea Bochicchio, il primo segretario del comune.
RACCOLTA DELLE FIRME
A questo punto bisognava tenere in considerazione la massa della popolazione non informata di quanto ci si proponeva; come informarla evitando che gli avversari poi ci avessero ostacolato la raccolta delle firme in presenza del notaio? E ci occorreva, per saggio suggerimento dell'On. Reale, una abbondante maggioranza numerica e di contributi dei cittadini lavoratori e proprietari residenti nel nuovo comune.
I componenti del Comitato Consultivo furono scelti con molta oculatezza e con le necessarie caratteristiche di serietà, riservatezza e impegno e nello stesso tempo, che godessero di un certo ascendente nella loro zona. Furono invitati ed interpellati singolarmente e fu chiesto loro che, se lo avessero voluto, facessero parte del Comitato Promotore per l'Autonomia Comunale di Filiano; gli si disse che la cosa era molto riservata, ma che al più presto bisognava informare i contribuenti, i capifamiglia affinché si fossero tenuti pronti a firmare per l'adesione davanti al notaio che sarebbe venuto sul posto prossimamente.
Reso edotto l'On. Reale di quanto avevamo fatto, mi mise in contatto col notaio Michele Scardaccione, uomo gioviale, molto espansivo e, direi, entusiasta di quanto stavamo per fare. Gli esposi la situazione della zona e che non era facile concentrare i firmatari a Filiano centro, come egli avrebbe voluto, ma che bisognava che noi con lui, in una giornata, avessimo girato per i vari sobborghi. Così stabilimmo la data e il percorso che avremmo seguito.
A sera, naturalmente, informai il Comitato Direttivo dell'incontro col notaio e dell'appuntamento. Il nostro entusiasmo era enorme per quanto stavamo per attuare. Il giorno più importante per l'opera sarebbe stato proprio quello delle firme. Dunque assolutamente dovevamo riscuotere la maggioranza delle firme in ogni sobborgo. Decidemmo che il giorno prima di quello stabilito doveva recarsi in ogni località un gruppo, l'«avanguardia», ad informare i futuri firmatari di quello, che intendevamo fare, prendendo contatto innanzitutto con i rappresentanti del Comitato già sul posto.
Intanto io ero stato informato che ad alcuni ingenui era stato detto che un nuovo comune così piccolo non conveniva perché non si sarebbe potuto reggere e che, quindi, le nuove tasse sarebbero state assai esose e si sarebbe pagato addirittura un balzello per il numero di galline che ogni famiglia aveva.
I disagi per raggiungere Avigliano erano enormi ma, certamente, vi era anche una tradizione di affetto per quel centro ove ognuno aveva amici e parenti, e lì molti andavano a trascorrere qualche giorno di festa per incontrare consiglieri di operazioni che si volevano realizzare. Ad Avigliano c'erano pure buoni professionisti, avvocati, medici, notaio, geometra, impiegati comunali che potevano suggerire come espletare una certa pratica di confine, apertura di porte, progetti per abitazioni o per apertura di botteghe, pratiche che richiedevano l'autorizzazione del sindaco. Ad Avigliano alcuni del nascente comune avevano perfino in fitto o in proprietà l'alloggio per le permanenze costrette. Questo, mi pare, specialmente da parte dei residenti a Montecaruso e Sterpito.
Quindi la raccolta delle firme doveva essere a sorpresa per evitare che gli avversari avessero il tempo di dissuadere coloro che avevano già capito il valore dell'autonomia comunale.
Il piano delle avanguardie fu realizzato a meraviglia. Gli attivisti di Filiano erano veramente tutti di carattere forte, decisi e fiduciosissimi di farcela, naturalmente anche perché noi del Direttivo eravamo riusciti ad infondere loro la certezza di farcela, soprattutto perché la guida di Reale era certa, giacché sempre informavo tutti di come ero convinto io stesso da lui.
Così fu dato il via la sera antecedente la vigilia, mentre alla stessa vigilia col Comitato Direttivo facemmo un calcolo approssimativo di quanti potessero essere i firmatari per ogni località. E si rifletteva sulle possibilità di farcela, i soggetti più difficoltosi che avrebbero potuto diffidare e, quindi, chi, conoscendoli da vicino, avrebbe potuto contattarli meglio.
Quello che stavamo per compiere era qualcosa di... stravagante per l'ambiente e la mentalità filianesi dell'epoca. Lo leggevo negli occhi dei parenti e amici interlocutori di tutti i giorni, perché si agiva con dialoghi sottovoce, con grande prudenza affinché i cosiddetti avversari non ascoltassero. Si era increduli sulla possibilità dell'autonomia. Gli aviglianesi erano forti, con una tradizione secolare di amministrazione comunale, col privilegio di essere assai ricchi di valenti professionisti e uomini politici. Si temeva anche di provocare negli aviglianesi una reazione verso i promotori e i firmatari con un rincrudimento delle tasse che, purtroppo, già si pagavano con sacrifici enormi.
A questi preconcetti che incutevano nella massa il timore dell'esporsi, si aggiungeva la sensazione, da parte dei filianesi, di arrecare una ingiuria alla madre terra, di volerla dividere, come se avessimo voluto disconoscere i costumi, il dialetto e persino distaccarci dalla venerazione della Madonna del Carmine cui tutti eravamo devoti. Invece non era per questo che ci si batteva, noi avremmo conservato sempre gli usi e i costumi tradizionali di Avigliano, con l'orgoglio e la tenacia in ogni circostanza che è caratteristica proprio degli aviglianesi. Sicché a cominciare da quel giorno assolutamente dovevamo farcela. Sennò che aviglianesi saremmo stati?
Così il mattino del giorno stabilito con Antonino, Andrea, e non ricordo se con altri, partimmo per lo scalo di Castel Lagopesole.
Puntualmente, come d'accordo, ad un finestrino del treno delle ore sette c'era, a scrutare, il notaio Scardaccione accompagnato da mio nipote Leonardo, figlio di Donato.
Ci accomodammo compiaciuti intorno a lui, ci scambiavamo i dovuti convenevoli e gli descrivemmo quanto avevamo organizzato. Gli dicemmo pure che avevamo predisposto la presenza di un magnifico asino con sella per lui, giacché il giro da compiersi era alquanto lungo, per sentieri e mulattiere che erano le uniche vie esistenti all'epoca per raggiungere le varie località che dovevamo interpellare.
L'accellerato intanto ci conduceva allo scalo di Forenza. Fu facile allora mostrare al notaio, dai finestrini di sinistra, la Valle di Vitalba, che lungo quel tratto ferroviario si evidenziava chiaramente nella sua estensione, e che insieme avremmo percorso in quel memorabile giorno, mentre sulla destra gli indicammo la parte del bosco del principe Doria, che pure avremmo incluso nel nuovo comune.
Ricordo i pensieri che mi affollavano la mente. Cos'era accaduto nella notte? Si era riusciti a mantenere il segreto dell'azione? O ci saremmo scontrati con avversari che distoglievano i cittadini dal firmare? In tal caso l'impresa sarebbe fallita sul nascere.
Mai nella mia vita ero stato a Scalera. Conoscevo alcuni cittadini del luogo che avevo incontrati a Filiano, perché amici dei miei fratelli, o perché venuti al consorzio agrario che gestiva mio fratello Domenicantonio. A quell'epoca ero il fiduciario del Banco di Napoli, ed ero addetto al pagamento del bollettino che al consorzio stesso ritiravano i contadini in seguito al versamento all'ammasso del grano; ogni volta passavano per casa mia per la riscossione del compenso dovuto. In tal modo avevo conosciuto tutti i contadini produttori di grano. A me piaceva intrattenermi con loro, anche per conoscere l'ambiente, gli usi e i costumi in cui vivevo. E, ahimè, così avevo imparato quanta ingenuità imperasse e quanto fosse grande la diffusione dell'analfabetismo anche tra gli uomini, perché tra le donne era spaventosa. Naturalmente, come maestro fiduciario, conoscevo pure gli insegnanti delle diverse località, i quali, pendolari, provenivano da Avigliano, Potenza, Rionero, Atella e sempre riferivano della miseria locale, dell'assenteismo ostinato a causa delle esigenze agricole e dell'indifferenza alla scuola ritenuta inutile per guadagnare la vita col grano, il mais, il gregge, il maiale, i polli, i conigli a cui invece era più opportuno badare.
Ma torniamo alla raccolta delle firme. Dalla stazione, dove incontrammo qualcuno dell'avanguardia, ci avviammo verso l'abitato di Scalera.
Da qui il panorama della vallata con tutti i sobborghi esistenti è indubbiamente uno spettacolo che la Svizzera ci invidierebbe: tutto coltivato con l'evidenza dei vari appezzamenti di terreno dal colore del prodotto della stagione, il giallo, il verde in varie gradazioni, la terra più o meno chiara, gli oliveti, i castagneti, i vigneti. A Sud il Carmine, a Nord il Vulture. Lo sguardo abbracciava quasi tutto il nascente comune che certamente sarebbe diventato più florido quando una amministrazione comunale con sede in Filiano fosse stata in grado di aiutare e suggerire meglio a questa buona gente di quali agevolazioni avrebbe potuto fruire per migliorare la propria esistenza, dopo averla messa in condizione di più agevole movimento.
Seguendo uno stradone si procedeva, dicevo, verso Scalera. Poco distante notammo un contadino che sbrigava qualche lavoro nelle adiacenze. Riconoscemmo subito quell'uomo. Era zi' Vito Caraffa.
«Iniziamo, notaio – dissi - è un contribuente, facciamolo firmare!».
«Zi' Vito, buongiorno, sapete perché siamo venuti? Guardate quanto è lontano Monte Caruso che bisogna valicare per andare a più di altrettanto lontano ad Avigliano? Non sarà più comodo arrivare solo a Filiano, che di qua si vede benissimo, quando il comune sarà a Filiano? Firmate qui, davanti al notaio».
E intanto il notaio gli porgeva il foglio bollato, poggiato sulla borsa. Zi' Vito finalmente si drizzò, era rimasto a continuare il suo lavoro badandoci, sembrava, distrattamente.
A quel punto disse: «Mio padre e mio nonno sono andati pure ad Avigliano, perché noi non ci dobbiamo andare più? Ma che cosa vi siete messo in testa?» e ci guardava tutti scrutandoci come per riconoscerci meglio.
Ognuno diceva la sua. Finalmente sorrise. Evidentemente era informato. Gli mostrai ancora il notaio, il quale affabilmente gli spiegò di nuovo il motivo della necessaria firma. Ad un tratto tese la mano e prese la penna che il notaio gli porgeva e, così, certo in posizione alquanto scomoda, firmò. Fu l'inizio.
«Coraggio, Zi' Vito - gli dissi - state tranquillo. Vedrete che col comune a Filiano staremo meglio tutti». Gli demmo la mano in segno di saluto e lo lasciammo rassicurato che quella firma null'altro voleva significare che il progresso della nostra zona.
Proseguimmo i nostri passi per il centro abitato, certo non senza commentare le difficoltà che avremmo avute per convincere i contadini a firmare fiduciosi.
Però poi alquanto speditamente passammo da Scalera a Gnucco, Palladino, Gruttone, Dragonetti, Iazzi di Corbo, Iscalunga, Inforchia, Belvedere, Luponio, Sterpito di Sotto e Sterpito di Sopra, Montecaruso, Vaccaro e infine Filiano.
L'ansia della raccolta delle firme non mi evitava, però, di constatare lo stato di arretratezza in cui viveva tanta gente che di solito vedevo a Filiano nei giorni di festa, in tutt'altra maniera vestita.
Niente strade, casupole appena sufficienti per ripararsi dalle intemperie; poca acqua, niente fognature, non tutti con la luce elettrica.
L'arretratezza era spaventosa. Animali domestici dappertutto, molti cani, gatti, galline nei pressi di ogni porta di casa. Donne timidamente affacciate sui davanzali e bambini con occhi spalancati, quasi atterriti dall'avvenimento e con sguardo interrogativo.
«L'avvenimento - diceva il notaio - è veramente pionieristico!».
Dovevamo batterci, dunque, affinché il risultato fosse assoluto e indiscutibile. Bisognava farcela assolutamente. Ora o mai più. Il treno del progresso si era mosso. Non bisognava mollare.
La giornata era faticosa, ma valeva la pena strapazzarsi per raccogliere i frutti dei preparativi predisponenti la firma.
Il notaio, sempre sull'asino insellato, sorrideva a noi del Comitato e non si stancava di manifestare la sua ammirazione per la nostra opera e per la pazienza che si adoperava di volta in volta per chiarire ogni quesito che proponevano i diversi contribuenti che si presentavano spontaneamente e che, alle volte, dovevamo andare a scovare in stalle e cantine dove si ritiravano, per il dubbio che avevano sull'apposizione della firma.
Si era stabilito che, a mano a mano che si procedeva da una borgata all'altra, gli attivisti del Comitato Consultivo precedessero il notaio alla località successiva per cercare di concentrare i contribuenti in un determinato posto portando ivi l'esperienza delle difficoltà precedenti. Sicché, col trascorrere delle ore, le discussioni di volta in volta divenivano meno faticose anche per il notaio che, più anziano di noi, riusciva sempre a mantenere la necessaria calma persuasiva di fronte ad ogni individuo dubbioso.
Giungemmo a Filiano, quindi, nell'attuale piazza Vito Reale e lì trovammo, oramai nelle ore pomeridiane, quasi un plebiscito plaudente di cittadini frementi di apporre la propria firma. Firmarono anche tanti giovani figli di contribuenti per l'orgoglio di partecipare al grande riscatto per l'autonomia comunale. Facemmo chiamare qualcuno che era riluttante per motivi politici, alcuni acconsentirono ed altri no.
Ora, che l'esperienza dovuta all'età mi ha insegnato che è migliore l'umiltà che l'orgoglio, riconosco che avrei fatto meglio ad andare personalmente a chieder la firma pur di ottenere l'unanimità almeno a Filiano. Ma mi giustifico col fatto che a trenta anni, purtroppo, prevale il secondo sentimento, che alimentò in me anche l'ambizione di farcela a condurre a termine una sì bella realizzazione. Da allora nacque nel paese una speranza. Filiano non sarebbe stato più il "fôr" o "lu casâl" degli aviglianesi che lo pronunziavano con un senso di superiorità o di commiserazione.
Sicché il comune era fatto? No. Ma da quel benedetto giorno il nostro entusiasmo si accrebbe giacché l'unica componente dubbiosa della legge che prevedeva la possibilità di riuscita l'avevamo raggiunta pienamente: la maggioranza dei contribuenti firmatari dell'istanza.
Informato Reale di quanto avevamo fatto, mi chiese: «Siamo certi di avere anche la maggioranza dei contributi?» Ritenevo di sì, però feci presente che certamente i maggiori contribuenti della zona erano il principe Doria e gli industriali boschivi Bochicchio che conoscevo benissimo, ma risiedevano a Lagopesole, che non avevamo incluso nella raccolta delle firme. Mi disse di pregare questi ultimi di andare allo studio del notaio per farli firmare; egli, invece, a Roma, avrebbe parlato al principe Filippo Andrea Doria Pamphili affinché avesse fatto altrettanto, esponendogli naturalmente quanto fosse giusta l'aspirazione di noi filianesi e chi fossimo i protagonisti dell'azione. Erano ammirevoli la competenza, la premura, l'affabilità con cui esprimeva i suoi propositi l'On. Reale. Al quale chiedevo sempre: «Ma ce la faremo veramente?» Tanto mi sembrava meravigliosa la conquista da fare. «Sicuramente - mi rispondeva - perché la legge è chiara. Voi del Comitato mi dovete stimolare ad agire col vostro entusiasmo ed io sarò accanto a voi con tutte le mie esperienze e possibilità». Parole che naturalmente mi rincuoravano e riferivo al Direttivo e al Consultivo affinché anch'essi ne traessero forza.
Così avvenne che i laboriosi e generosi amici Vito Donato e Nicola Maria Bochicchio, resi edotti di quanto andavamo facendo a Filiano, rammaricati solo perché nella nuova autonomia non fosse incluso Lagopesole, accettarono di buon grado l'invito e andarono dal notaio a firmare. Anche il principe Doria aderì dopo che l'onorevole lo ebbe informato. Non venne di persona ma delegò i suoi amministratori, i fratelli Vincenzo e Vito Bochicchio, che risiedevano a Lagopesole ad andare a firmare in sua vece. Li accompagnai io dal notaio Scardaccione.
Così oramai ci sentivamo certi di possedere in pieno i tre requisiti necessari per ottemperare alla legge. E ci sentivamo anche più protetti da simili personaggi firmatari che, come tali, avvallavano la nostra aspirazione. Essi erano, oltre che i maggiori contribuenti quali proprietari terrieri, i firmatari più conosciuti e prestigiosi. Per cui l'idea dell'autonomia da una parte si faceva sempre più seria e possibile nel Comitato e fra la popolazione, dall'altra metteva in allarme gli avversari che cominciavano a rendersi conto che l'avvenimento si avviava a realizzazione. Infatti oramai il nostro protettore aveva consegnato l'istanza notarile nelle mani del prefetto affinché avesse inizio l'iter previsto dalla legge.
RITRATTAZIONE DI ALCUNE FIRME
Intanto ad Avigliano bisognava andare ancora. Per cui, quando capitava al cospetto di qualche zelante consigliere del centro un firmatario sprovveduto, con raggiri promettenti, gli si faceva sottoscrivere una dichiarazione dalla quale risultava che aveva firmato davanti al notaio senza essere informato del motivo, oppure perché non voleva che il comune fosse a Lagopesole anziché ad Avigliano, l'avevano fatto firmare previo minacce, o aveva firmato per non pagare più tasse, e così per tanti altri motivi inconsistenti, che però riuscivano a mettere in agitazione il Comitato che invece più si accaniva a portare avanti la pratica, notando quanto oramai gli avversari cominciassero a credere alla serietà dell'impresa, giacché fu veramente un'impresa non semplice, anche perché s'era capito che c'era il pericolo della ritrattazione delle firme, previo ricatto da parte di chi ci avversava.
Bisognava, a questo punto, illuminare costantemente i cittadini sulla bontà dell'iniziativa, sempre tenendo informato il nostro don Vito Reale (oramai così lo chiamavamo confidenzialmente), il quale provvedeva ad illustrare le vicende al prefetto e tranquillizzava noi, raccomandandoci compattezza e fiducia.
Da parte nostra si tenevano riunioni con i filianesi affinché facessero da portavoce presso gli amici e i parenti delle varie frazioni; e noi stessi, ancora, andavamo a tenere conferenze a gruppi, a sera, nei vari villaggi per tenere viva la fiducia nella nostra opera che infine ci avrebbe portati alla vittoria certa.
Quale insegnante fiduciario non trovavo difficoltà a proporre al direttore didattico Leone la necessità di istituire nuove scuole per migliorare un poco l'istruzione, al punto che un giorno incontrai in Potenza l'ispettore scolastico Domiziano Viola che mi incoraggiò a perseverare nell'ottima iniziativa di portare la scuola dove non c'era, cominciando col quinto maestro in Filiano, ma anche a Montecaruso, a Sterpito di Sopra, a Luponio, a Iscalunga e persino a Meccadinardo, sicché, da solamente dieci insegnanti nella zona, dopo qualche anno divennero ben ventiquattro.
«Possibile che questa gente - mi dicevo - abbia paura di chiedere per diritto l'autonomia, pur vivendo in una maniera tanto squallida ancora in questo dopoguerra che ha reso l'Italia democratica e avviata finalmente alla industrializzazione?»
Affinché anche nel capoluogo e in tutta la Provincia si fosse creata un'atmosfera favorevole a Filiano, accettai l'incarico di essere il corrispondente locale del «Mattino», del «Giornale d'Italia» e del «Tempo». Sicché, oltre la cronaca, di tanto in tanto mandavo articoli riguardanti la nostra pratica per l'autonomia comunale.
Ma non fu facile neanche il primo passo: l'invio della pratica dalla Prefettura al sindaco di Avigliano. Infatti questi riferiva al prefetto che le firme erano state estorte col ricatto. E noi, a nostra volta, appurato chi erano i contribuenti rinunziatari, andavamo a trovarli ed a convincerli della giustezza di firmare di nuovo per confermare la firma apposta davanti al notaio. Queste dichiarazioni le portavo in Prefettura all'allora capo di gabinetto dr. Patrella che ricordo quanto fosse paziente e comprensivo. Poi con don Vito in gruppi di dieci, venti e anche sessanta persone, in diverse tornate siamo andati dal prefetto per chiarire e sollecitare l'inoltro della pratica.
MANIFESTAZIONE POPOLARE
Quando il prefetto ebbe istruito la pratica, il dr. Patrella la portò ad Avigliano affinché il consiglio comunale desse il suo parere. Quella delibera era indispensabile, affinché il prefetto avesse conosciuto i motivi dell'eventuale parere negativo di Avigliano; solo dopo la pratica avrebbe potuto seguire il suo corso. Naturalmente l'amministrazione comunale non risparmiò nulla per rinviare il più possibile il suo parere. Mentre noi del Comitato si tornava spesso alla Prefettura affinché sollecitasse Avigliano a deliberare.
Intanto anche da Avigliano arrivavano articoli alla stampa per accusare il Comitato di agire "contro la volontà" dei cittadini.
Un giorno riferii a Reale che, col passare dei mesi, non solo aumentavano le zizzanie nella zona di Filiano per far creder ai cittadini che oramai la pratica si era arenata, ma che il Comitato, essendo diretto da soli insegnanti elementari, non poteva essere all'altezza di condurre una tanto importante battaglia avversa ad Avigliano, che aveva personaggi di valore che certamente sarebbero riusciti a crearci tanti ostacoli da fermarci. Per cui anche nel Comitato avvertivo un senso di stanchezza e timore, addirittura, di vendette fiscali da parte dell' amministrazione.
«Ce la faremo, don Vito, possiamo vincere?».
«Sì, Angelo - mi diceva - la vostra è una causa giusta. Quando si ha ragione si vince. Non dovete ridurre l'entusiasmo che dà la carica anche a me».
«Perché non venite al più presto a Filiano a fare un bel discorso che rincuori ancora tutti?».
«Ci vorrebbe una manifestazione di intolleranza – disse - ma sarebbe troppo complicato».
Gli risposi che ci avrei pensato, che con gli amici mi sarei consultato, e, prima che fosse tornato a Roma, mi sarei fatto rivedere.
Così una sera ci siamo riuniti solo noi sei insegnanti del Direttivo e prospettai la necessità di una manifestazione popolare, per sollecitare maggiormente il desiderio dell'autonomia, risvegliare la voglia di vincere presto e, poi, avremmo fatto sapere il tutto alla stampa e al prefetto.
Durante la discussione balzò, ad un tratto, l'idea: una manifestazione avversa al Comitato Direttivo e specialmente a me, il presidente, che pochi giorni prima ero stato visto in via Pretoria, a Potenza, insieme col sindaco di Avigliano, Andrea Mancusi. Infatti io confermai che lì avevo incontrato il collega Mancusi con cui avevo conversato civilmente, probabilmente di scuola, o d'altro, non ricordo. Bisognava dunque diffondere la voce che il presidente si era inteso col sindaco e per questo la pratica non si muoveva più. Ciò avrebbe provocato una reazione della popolazione, così il prefetto ed i vari funzionari, cui spesso mi presentavo per sollecitare, si sarebbero convinti che non ero solo io, o il gruppo degli insegnanti di Filiano, che volevamo il comune, ma tutti gli abitanti.
La mossa, però, mi faceva un poco paura perché poteva, riuscendo, divenire sommossa, con conseguenze imprevedibili nei miei riguardi; pensavo: «Possibile che debba ancora rischiare, dopo la guerra vera combattuta, le peripezie per ritirarmi dall'Albania dopo l'armistizio, le sofferenze del campo di concentramento in Germania, il guazzabuglio nel quale venni a trovarmi quando riuscii a giungere in Emilia e dovetti ancora districarmi per eludere i nazisti?»
L'azione, per il fine persuasivo che doveva avere, per il bene del mio paese valeva la pena. Bisognava organizzarla bene. Ma non c'era neanche tempo da perdere. Rimandare significava rischiare la non riuscita, perché, come io ne avrei parlato ai fratelli con i quali spesso mi consultavo, anche gli altri lo avrebbero fatto e... tra genitori, fratelli, mogli, amici intimi, certamente il piano sarebbe trapelato e andato in fumo.
Decidemmo di convocare subito i più fedeli, intelligenti e fattivi amici del Comitato: Antonio Bochicchio fu Donato Vincenzo, Donato Colangelo (portalettere), Domenico Colucci da Gianturco, Francesco Colucci fu Canio, Giovanni Colucci fu Canio, Domenico Gerardi, Vito Lorusso da Iscalunga, Donato Pace di Andrea, Francesco Pace di Andrea, Leonardo Pace fu Francescantonio, Canio Summa da Meccadinardo.
Ad essi facemmo presente tutta la situazione e la delicatezza dell'operazione che bisognava compiere con molta decisione, ma... evitando guai, e che avessero partecipato anche donne.
Era un venerdì sera. Ci saremmo rivisti, con circospezione, l'indomani nel negozio di mio fratello Salvatore, per preparare fogli di carta per i manifesti da affiggere nella notte. L'azione doveva avere inizio in piazza, all'uscita dalla chiesa dopo la messa, di lì i manifestanti dovevano portarsi nella piazza Fontana gridando contro il presidente traditore.
lo mi sarei affacciato sul pianerottolo della mia casa paterna per tentare di calmarmi.
Così la sera di sabato, dove stabilito, alla chetichella ci incontrammo; a porte chiuse ci dicemmo come stavano le cose e stabilimmo chi e dove affiggere i fogli di carta protocollo, commerciale e di quelli per avvolgere la carne, sui quali erano scritte le battute: abbasso il presidente, vogliamo l'autonomia, il Comitato è traditore.
Mi raccomandai prudenza, anche perché già mi riferivano di quanto fossero ostinati alcuni contro di me che, secondo loro, parlavo sempre di "comune" solamente per darla a intendere.
Ricordo che anche mio fratello Salvatore era preoccupato... ma mi rassicurò che egli avrebbe badato a sorvegliare.
I colleghi dissero che sarebbero comparsi sul tardi... fingendo di ignorare ciò che era accaduto la notte.
Nessun altro dei familiari sapeva di quanto si era organizzato, affinché si fossero comportati nella maniera più spontanea possibile.
Così quella domenica mattina del 16 febbraio 1947, la campana della chiesa del SS. Rosario che da lunga tradizione suonava il mattutino, per me fu come l’"allarme" della tromba in caserma per qualcosa di insolito che stava per accadere nel mio paesello e di cui mi ritenevo responsabile se fosse andata male.
Naturalmente non c'erano telefoni come ora, per scambiarci le ultime raccomandazioni, per cui da solo fremevo da solo in casa in attesa di qualche notizia o segnale che i manifesti erano stati affissi, cosa diceva la gente, chi, quali commenti facevano. Ma ecco che i miei fratelli cominciarono a venire alla casa paterna per dirmi dei fogli attaccati ai muri e che in piazza, per le strade, c'erano diversi crocchi di persone che parlavano sommessamente ed evitando loro. Erano nervosi e indispettiti, perché sapevano quanto io fossi impegnato per l'autonomia, e si meravigliavano di un simile... compenso. Mia madre che notò il trambusto era... spaventata. Li calmai dicendo solamente di non preoccuparsi. Non sarebbe accaduto nulla di pericoloso, perché avevo la coscienza tranquilla.
Anche mio padre, purtroppo a letto da diversi mesi, si accorse che c'era qualcosa di insolito. Andai vicino a rassicurarlo: «Devi resistere papà, tu devi vedere Filiano comune».
«Speriamo – disse - mi sembra un sogno, gli Aviglianesi sono certamente più forti».
Ricordo che mi venne in mente quando, durante la guerra, venni in licenza in aereo da Atene appunto perché lui era gravemente ammalato e, ripresosi, mi disse: «Se puoi, non tornare più in Grecia; non è possibile che noi si possa vincere la guerra contro Inglesi, Francesi e Americani, che io so quanto sono potenti...» ed ebbe ragione!
«Papà, gli dissi - ma noi non stiamo facendo come in guerra quando vince il più forte e meglio armato; noi chiediamo solamente di separarci per costituire un nuovo comune, perché siamo in condizione di poterci amministrare da soli, proprio e solo come quando un figlio ha le possibilità di accasarsi e vivere con le proprie risorse, senza maledire, ma semplicemente alleggerendo le responsabilità e le preoccupazioni dei genitori. La legge è dalla parte nostra e, quindi, ce la faremo». Con piacere lo vidi rasserenato e fiducioso.
Arrivò anche Salvatore e raccomandò a tutti di andarsene ai propri... lavori e... restare indifferenti.
Con Salvatore ci mettemmo nella mia stanzetta, dove una finestra sporgeva sul corso, di fronte al pino. Parlammo di quanto si era detto la sera prima nel suo negozio, dei compiti che s'erano assegnati ad ognuno, di chi aveva visto leggere i... manifesti rozzamente preparati e scritti a stampatello con un piccolo pennello a inchiostro nero. E, senza farci vedere, guardavamo la gente che passava o arrivava dai borghi come tutte le domeniche; alcuni visi erano sconvolti, perché mai in Filiano si era verificato uno scandalo tanto eclatante e sobillato, naturalmente, proprio dai più fedeli del Comitato Consultivo, i quali avevano saputo del tradimento.
In pratica, quelli delle campagne, appena arrivavano a Filiano, trovavano qualcuno dei fedeli che li informava di quanto stava accadendo e della manifestazione che bisognava fare contro il presidente e il Comitato Direttivo; per cui tutti si dovevano trovare, mi pare alle ore dieci, in piazza davanti alla chiesa per partecipare alla manifestazione di lotta contro i traditori della causa sacrosanta.
Naturalmente scrivo quello che mi ricordo e che mi venne riferito, poi, dai buoni amici e parenti come i cugini Donato e Leonardo Pace e Salvatore Colangelo e i suoi fratelli e quasi tutti i fedelissimi Pace di Filianello.
Forse fu questa la più significativa ed efficace, anche se rischiosa, delle tante operazioni che furono necessarie per il buon fine.
I più scalmanati furono, certo, Antonio Bochicchio, Giovanni Colucci, Domenico Gerardi, Leonardo Pace fu Francescantonio coi nipoti Donato e Francesco. Ma tutti agirono meravigliosamente affinché si fosse raggiunto lo scopo non trascendendo in situazione tragica...
A Leonardo di mio Fratello Donato diedi l'incarico di uscire calmo e molto serio e cautamente avvicinare uno dei fedelissimi dicendogli di passare sotto la mia finestra, perché ero lì.
Tornò immediatamente per dirmi che c'era il maresciallo dei carabinieri con due carabinieri davanti al bar a dialogare con qualcuno molto animatamente. Questa notizia mi fece molto piacere perché era proprio quello che ci voleva per rendere più ufficiale la manifestazione.
A questo punto scese Salvatore a compiere ciò che doveva prima mio nipote che, invece, feci restare con me a farmi compagnia. Intanto si dialogava su come si sarebbe svolta la... faccenda e sulla stranezza della vita, per cui bisognava fare certe cose apparentemente scomode e che creavano scompiglio e disordine.
Cominciammo a sentire un vociare insolito, mai verificatosi certamente nel tranquillo rassegnato paesello; poi le voci più distinte che scandivano: «Abbasso il presidente traditore!», «Fatti vedere!», «Co-mu-ne, co-mu-ne», «Viva l'autonomia!», «Fuori il Comitato!».
Finalmente la folla agitata e numerosa era lì dal pino fino a sotto la mia finestra. Da dietro le tendine scorgevo e distinguevo le persone tutte rivolte dalla mia parte. Avanti alcuni dei fedeli che li trattene, vano affinché non fossero venuti troppo sotto. In fondo, da oltre il pino, fra gli ultimi, i più accesi Giovanni Colucci e Antonio Bochicchio che, gesticolando, aizzavano a gridare.
Erano veramente impressionati da fare "tremar le vene ai polsi!" e, quindi, dovevo decidermi oramai ad affacciarmi per dire loro qualcosa di rassicurante e tranquillizzarli invitandoli ad avere fiducia nella certezza che il comune nuovo, con sede in Filiano, era una realtà che non poteva fallire, né ritardare.
Con voce tonante e parole bene scandite, a un tratto udii che il delegato del sindaco interveniva dal suo balcone sovrastante; chiese un momento di calma per manifestare la sua meraviglia di tanta agitazione: «Mai a Filiano s'era verificata una simile sommossa; in questo paese succedono cose inaudite».
A questo punto decisi, mentre tutti erano così assortiti, a proseguire il programma previsto andando alla mia abitazione in piazza SS. Rosario, scendendo dall'interno e uscendo nell'attuale via Vito Reale. Al nipote Leonardo dissi, come prima, di andare ad avvisare qualcuno degli amici, perché passassero davanti alla chiesa. Fummo veloci.
Mi portai solo in casa mia. Rapidamente la piazza si affollò e di nuovo le solite parole che chiedevano chiarimento.
Aprii il balcone e, tutti con lo sguardo teso verso di me, mi redarguivano: «Traditore, ti sei messo d'accordo con gli aviglianesi, venduto!»
Certamente ero pallido in viso perché, pur sapendo quello che si stava facendo e cosa si voleva ottenere, non credevo che potesse riuscire così bene, con tanta gente, e riflettevo su come si potessero manovrare tante persone e rovinare qualcuno con una calunnia.
Portai le braccia in avanti con le mani congiunte in segno di preghiera, con la testa un poco inclinata a destra: tutti tacquero, notai i visi eccitati, gli occhi aguzzi, le mascelle strette. C'erano bene!, i carabinieri.
«Filianesi, sono mortificato per quanto hanno scritto sui muri questa notte, per le parole che avete rivolte a me personalmente e perché troppo facilmente credete a ciò che vi si dice. Certamente in paese c'è qualcuno che è venduto agli aviglianesi e vorrebbe che si sfasciasse il Comitato che ho il piacere di rappresentare. Vi assicuro che siamo compatti e decisi a raggiungere l'autonomia che verrà. Occorre un poco di pazienza ancora».
«Siamo stufi di attendere!».
«Ma non dipende da noi o da me personalmente. La pratica deve seguire il suo corso e non siamo noi che la teniamo ferma alla Prefettura dove, lo sapete, vado continuamente».
«Ma tu vai a Potenza per incontrarti col sindaco di Avigliano. Venduto! Traditore!».
«Vi prego. Non mi dite parole così grosse. Giovanni, Antonio, Domenico, amici, ma perché non mi avete detto queste cose direttamente? Come potete credere che io sia capace di tradirvi?».
« Tu ci freghi con le chiacchiere, la pratica è ferma a Potenza perché sei d’accordo col sindaco. Siamo sicuri che hai passeggiato con lui in via Pretoria. Come mai?»
«Ma io conosco Andrea Mancusi da tanto tempo; l'altro giorno per caso ci incontrammo a piazza Sedile, all'inizio di via Pretoria, e, siccome andavo anche io verso piazza Prefettura, ci accompagnammo sino all'albergo Lombardo e lì ci siamo lasciati con una stretta di mano, come si usa tra persone civili. Questo non significa che io debba condividere le sue idee o i suoi piani. Qualcuno ha voluto seminare questa discordia per farvi credere quello che state pensando. Mi piacerebbe che i carabinieri scoprissero chi ha messo quei manifesti stanotte e tutto si spiegherebbe.
Oggi é domenica e l'ora è già tarda, ma domattina, se volete, potremmo tutti andare insieme a Potenza a riferire al prefetto quanto avete detto a me e farci dire come stanno le cose e da quando manco io dalla Prefettura dove, vi assicuro, sono stato tre o quattro giorni fa, appunto per sollecitare la procedura della pratica nell'ufficio del capo di gabinetto dr. Patrella.
Siete disposti? Vi impegnate? Questa soddisfazione ve la dovete prendere, contrariamente siete voi veramente in malafede. Rispondete».
In molti gridarono: «Va bene, vedremo, dobbiamo andare insieme».
«D'accordo - dissi con mesta espressione - col treno delle sette, appuntamento a Sarnelli».
Finalmente rientrai soddisfatto dalla riuscita e ammirato dall' entusiasmo che i fedeli erano riusciti a infondere per la lotta che bisognava continuare caparbiamente. Avevo notato quanti numerosi fossero stati i partecipanti, anche donne, provenienti dalle campagne venuti a Filiano perché domenica.
Ancora qualche grido di "viva l'autonomia!" e ognuno prese la sua strada perché erano passate le ore dodici.
Suonò il campanello di casa. Era il maresciallo Violi. Con lui mi manifestai seccato dell'accaduto, ma compiaciuto della sua presenza. Mi disse che era stato informato dal telefono o telegrafo pubblico e voleva, possibilmente, saper i sospetti che avevo dell'autore della... zizzania.
«Ma io sono sbalordito, specialmente dal fatto che tra i manifestanti c'erano alcuni che ho sempre reputato amici. Voi sapete quanto io sia impegnato in questa faccenda, in tanti modi, dedicando le migliori ore a intrattenere chiunque voglia informazioni su come vanno e procedono le cose; ma si vede che sono divenuti impazienti ormai. E, evidentemente, c'è qualche sobillatore che vorrebbe incastrarmi. Maresciallo, ho la coscienza tranquilla. Domani mi auguro che vengano parecchi e sono sicuro che si chiarirà la mia posizione».
Intanto vennero a bussare anche Antonio Pace, segretario, e Andrea Bochicchio, vicesegretario.
«Angelo - mi dissero - l'ufficiale postale ha detto che è disposto, se vogliamo, a trasmettere un telegramma al prefetto, come si conviene in questa situazione».
«Maresciallo – dissi - è opportuno che facciamo così? Forse anche per avvisare il prefetto che domani andremo da lui?»
«Ritengo di sì – rispose - ho gia avvisato il mio comandante dell'accaduto, l'ho tranquillizzato e assicurato pure di avere provveduto a fare asportare quella specie di manifesti murali. Ora calmatevi, professore, siete in compagnia di buoni amici».
Riuscii a sorridere e, con una buona stretta di mano, ci salutammo e aggiunse: «Se non vi riesce di telegrafare non vi preoccupate, perché il comando dei carabinieri certamente ha già avvisato la Prefettura dell'accaduto e che domani andrete a Potenza».
«Va bene. Grazie maresciallo. Ora meditiamo un poco e vedremo il da farsi».
Così i bravi colleghi si sedettero un poco con me e commentammo l'accaduto, anzi la riuscitissima impresa che era andata ben oltre le aspettative per merito certamente degli ottimi collaboratori, "fedelissimi". L'importanza della presenza dei carabinieri, i quali avevano tempestivamente avvisato Potenza, divenne per noi motivo di incoraggiamento per presentarci al prefetto che si sarebbe, così, convinto che il comune non lo volevano solamente i pochi maestri elementari, ma tutta la popolazione, divenuta intollerante alle lungaggini burocratiche.
Compilammo, quindi, un conciso telegramma al prefetto esponendo l'accaduto e l'indispensabile necessità di riceverci l'indomani.
Quel lunedì mattina la stazione di Sarnelli era insolitamente affollata; il gestore ebbe un gran da fare per dare il biglietto a una sessantina di filianesi che stranamente andavano tutti a Potenza.
Si era tutti muti, ed io specialmente me ne stavo quasi sempre in disparte, perché ero... ancora risentito di quante me ne avevano dette l'ieri.
Mio nipote Leonardo, insuperabile per sensibilità umana e generosità, la sera prima, per mio incarico, se ne era andato a Potenza, per riferire a Reale quanto era accaduto a Filiano.
Anche nel treno per Potenza, composto solo dalla locomotiva e da due carrozze, non si chiacchierava dell'autonomia. Quel treno proveniva da Foggia; valeva la pena parlarne e rispondere agli interrogativi di curiosità dei viaggiatori, perché si sapesse della decisa volontà dei cittadini filianesi di volere l'autonomia comunale, per la enorme distanza da Avigliano.
A Potenza, tutti insieme, ci facemmo la passeggiata verso la Prefettura. Ogni tanto si avvicinava qualcuno a chiederci chi fossimo e dove andassimo. Alla Porta San Giovanni si avvicinò mio nipote per riferirmi delle meraviglie di Reale e del suo compiacimento. Facevamo bene ad andare diritto in Prefettura.
Al portone, alla polizia, dissi che eravamo attesi dal signor prefetto.
«Aspettate un poco da questa parte» ci indicarono il lato dell'androne ove c'era abbastanza capienza. Indi venne il commissario dr. Salvatore Corbo che conoscevo abbastanza, appunto per essere andato precedentemente numerose volte negli uffici della Prefettura e anche da lui, sempre per il movimento di Filiano.
«Pace, dovete avere un poco di pazienza; siamo informati. Ora chiederemo se potete salire».
«Dobbiamo salire, dottore. Siamo qui per parlare col prefetto. Dobbiamo chiarire alcune cose».
«Ma sì - rispose sorridendo - è necessario annunciarvi».
«Grazie dottore. Vi preghiamo tutti di farci parlare» si disse in diversi.
Egli se ne andò e noi rimanemmo lieti e fiduciosi, non senza commentare sulla sua signorilità. Quasi tutti i presenti sapevano che anche lui era aviglianese, però di Iscalunga, quindi anche filianese. Intanto venne a salutarci l'amabile brigadiere di pubblica sicurezza Domenico Colucci, altro filianese, pure residente a Potenza per servizi; entusiasta anche lui, naturalmente, della lotta che si faceva.
Ad un tratto una voce gridò: «Filianooo, accomodatevi per le scale» .
Qualcuno ci precedeva. Quelle scale le conoscevo benissimo e sapevo perfettamente dove erano gli uffici del prefetto.
Eravamo tutti agghindati alquanto per l'occasione. Bisognava pure manifestare al prefetto che eravamo degni di una nuova autonomia comunale.
Ci accompagnarono così dalla massima autorità della provincia, dal rappresentante del governo tanto importante per noi, per il suo autorevole parere sulla nostra questione. Il dottore Patrella ci fece disporre a destra e a sinistra dell'ampia stanza, mentre il prefetto dalla sua scrivania ci guardava e così disse più o meno: «Ma insomma, cosa volete, conosco la vostra pratica che seguo con la massima cura!».
Alzai la mano per significare che volevo parlargli. Patrella disse che ero il presidente.
«Lo conosco. Lo ricordo – disse - è venuto da me già diverse volte; ma io non posso pensare solo e sempre a Filiano».
«Signore prefetto – dissi - mi fa piacere che i miei concittadini hanno sentito da lei che mi riconosce perché sono venuto diverse volte qui. Intanto a Filiano si è sparsa la voce che io sarei d'accordo con il sindaco di Avigliano e, mi perdoni, anche con lei, per archiviare la pratica, che per questo motivo, non viene mandata a Roma, o non la si fa esaminare più dal consiglio comunale di Avigliano. Per cui ieri a Filiano hanno manifestato contro di me ed il Comitato Direttivo mettendomi paura veramente. È questa la ragione per cui si è ritenuto opportuno accompagnarli da lei, affinché li tranquillizzi sulla serietà del mio impegno, perché oramai ci tengo moltissimo alla nostra autonomia, proprio quanto tutta la popolazione».
«Ma come possono pensare che io mi metta d'accordo con qualcuno, se il mio compito è quello di fare il prefetto e non me ne importa niente se voi di Filiano volete staccarvi da Avigliano e se poi un'altra volta vi vorrete unire ad Avigliano».
«Ma allora perché non fate esprimere il parere del consiglio comunale di Avigliano?» disse uno dei presenti che non ricordo chi fosse. «Badate - disse ancora il prefetto - che non è certo il vostro presidente che vuole fermare la pratica. E c'è l'Onorevole Reale ad insistere! Potete andarvene tranquilli che si continuerà l'istruttoria con la massima scrupolosità e nel più breve tempo possibile. Proprio per dimostrarvi che non sono io a rallentare la pratica, invio immediatamente un sollecito al sindaco di Avigliano perché convochi il consiglio comunale e ci restituisca gli incartamenti».
Parlò sottovoce al dr. Patrella, il quale assentì col capo bisbigliando qualcosa. Rivoltosi di nuovo a noi allargò le braccia facendoci capire che oramai potevamo andare.
Salutai il prefetto a nome di tutti, qualcuno iniziò un applauso e tutti ci associammo. Ma Patrella ci invitava intanto ad uscire.
Nel corridoio mi rivolsi a qualcuno: «Siete soddisfatti?».
«Certo, ora siamo più tranquilli perché abbiamo chiarito e speriamo che si muovano». Non ricordo chi mi disse così.
In molti mi rivolgevano parole di compiacimento per la mia opera. Ed io aggiungevo: «Ma tutti i colleghi sono con me d'accordo perché tutti vogliamo il comune e tutti siamo sinceri nelle azioni necessarie per riuscire. Come avete potuto pensare ad un tradimento?».
Nell'atrio, un poliziotto ci disse di andare al salone del Teatro Stabile ove sarebbe venuto l'On. Reale per salutarci. E ci accompagnò.
Così fu. Mi raccomandai ovviamente a tutti di accogliere don Vito con un magnifico applauso perché lo meritava. lo, con qualche altro, gli andai incontro.
Egli era in compagnia del suo segretario Maffei. Mi salutò con un bonario sorriso che sprizzava piacere e mi disse: «Angelo, mi sono sentito per telefono col prefetto che è rimasto contento del vostro comportamento corretto, civile e certamente maturo per autoamministrarvi».
Raggiungemmo il salone e qui lo accolsero una magnifica ovazione e applausi.
«Amici – disse - ho saputo quanto è accaduto a Filiano ieri. Sono contento per l'entusiasmo che sentite per la vostra autonomia; vi assicuro che sono entusiasta anche io quanto voi che certamente meritate il vostro comune, ma la via, purtroppo è lunga e bisogna percorrerla. Diverse volte il vostro presidente mi ha chiesto se ci fossero scorciatoie; ma no, gli ho sempre detto, dobbiamo osservare tutte le disposizioni previste e raggiungere la meta nella più chiara legalità possibile.
Pazientate ancora un poco, mantenendo sì l'entusiasmo che vi fa onore, ma vi raccomando di riferire a tutti che quando si ha ragione si finisce sempre col vincere. lo continuerò ad esservi accanto fino a quando festeggeremo l'inaugurazione del nuovo comune, facendovi partecipare coloro che ci saranno stati vicino. E non dubitate di Angelo, il vostro presidente, il quale sò quanto zelo prodiga alla causa per la quale ci battiamo. Tutti dovete collaborare affinché non si senta solo nella sua dedizione».
«Grazie don Vito - dissi - ma io sono di Filiano ove sono nato. Per noi siete grande voi che veramente avete sposato la nostra causa direi pure da filianese, senza essere nato fra noi. A Voi dobbiamo tutta la nostra riconoscenza perché ci guidate per un solo fine di giustizia sociale».
Gli applausi e gli evviva prolungati, ricordo, crearono un certo trambusto nell'ambiente e, dopo strette di mano a visi aperti e rasserenati, dialogando a gara con don Vito, uscimmo dallo stabile e lo accompagnammo fin sotto il portone di casa, convinti come eravamo che egli era il nostro benefattore. Guai a perderlo!
Lì, in via Roma, rimasti soli, ad iniziativa del sempre attivo e brillante Leonardo Pace fu Francescantonio, si decise per chi poteva non ripartire subito, di andarcene a pranzare, pagamento alla romana, ad una trattoria verso l'ospedale S. Carlo. Felici, quel giorno, rientrammo verso sera stanchi, ma soddisfatti per la perfetta riuscita della rischiosa ma efficace manifestazione per l'autonomia, voluta da tutta la popolazione.
Il Sen. Vito Reale (al centro) con Angelo Raffaele Pace (a destra). 1951
FESTA PATRONALE
In quell'anno 1947, noi del Comitato decidemmo di assumere l'onore e l'onere di essere anche il Comitato Organizzatore dei festeggiamenti del 7 e 8 giugno per la Madonna del SS. Rosario, questo proprio per essere vicini più strettamente alla popolazione ed infonderle fiducia.
Fu una festa riuscitissima, perché il Comitato aveva rappresentanti in ogni località e tutti poterono partecipare e godere dei giorni di armonia e letizia, dovute specialmente all'esibizione del valido complesso "Armonia Napoletana" con cantanti del Teatro S. Carlo di Napoli, attori ed una meravigliosa orchestra diretta dal maestro Nicola Quagliero.
Ricordo che per prenotare la compagnia di Napoli si adoperò moltissimo, con i suoi figliuoli, il carissimo mio parente di Filianello Leonardo Pace fu Antonino, che risiedeva a Napoli da molti anni.
La compagnia, che si esibì in piazza SS. Rosario, di fronte alla chiesa, aveva da noi anche l'incarico di esprimere durante lo spettacolo battute sulla necessità del nuovo comune per un popolo tanto meritevole.
Ricordo che facemmo manifesti e volantini col programma della festa e li diffondemmo a Potenza, Avigliano, Melfi, Rionero, Atella, San Fele.
In quella occasione invitammo anche il principe Doria, già sindaco di Roma dal 44 al 46, il primo nominato dopo la liberazione della città. Egli ci onorò della sua presenza con la bella figliuola Marina e trascorse serenamente una serata con noi, assistendo allo spettacolo dal balcone di casa mia. Alla fine, andando via non mancò di elogiare il Comitato dei festeggiamenti e dell'autonomia comunale, concludendo che eravamo degni di ammirazione per la serietà con la quale lavoravamo civilmente e disse ancora: «Questo è un popolo che merita molta cura perché è onesto e laborioso. Sono stato informato del vostro impegno e resto ammirato».
La principessa si benignò di elargire a tutti noi del Comitato Direttivo, che l'eravamo stati accanto, un magnifico sorriso e qualche parola di compiacimento e, infine, una stretta di mano.
Ci raccomandammo a entrambi di esserci utili a Roma... nel contatto con l'On. Reale e con chiunque altro potesse essere utile.
Quel ricordo l'ho ancora vivo. Ma Filiano in quei giorni e serate era brulicante anche dei concittadini della campagna e dei forestieri accorsi dal capoluogo e dai comuni limitrofi. Il caro villaggio di Filiano da allora l’ho sempre sognato così, pavesato a festa e illuminato a giorno.
OSTRUZIONISMO DI AVIGLIANO
Ma intanto in quei mesi continuava il boicottaggio di Avigliano per impedire che la nostra pratica procedesse. Il sindaco mandò a numerosi firmatari un invito, con cartolina tipo precetto, a recarsi ad Avigliano il giorno 23 giugno 1947, per chiarimenti in merito alla richiesta di autonomia comunale. Meno male che il Comitato Direttivo aveva rappresentanti buoni in ogni località, grazie ai quali sapemmo in tempo di quelle cartoline.
Ci adoperammo per farli desistere dall' ottemperare a quell'invito e, anzi, il giorno prima io tenni un comizio in piazza SS. Rosario per puntualizzare pubblicamente come stavano le cose, ma soprattutto per ripetere ai miei concittadini che noi eravamo dalla parte della ragione della legge e che dovevano finire le intimidazioni e sottomissioni, che dovevamo sentirci forti e sicuri per l'indiscutibile protezione dell'On. Reale che dovevamo considerare, a nostro onore, nostro concittadino: «Che nessuno vada domattina a perdere tempo ad Avigliano, rimettendoci anche la giornata e a perpetrare un'avversione al Comitato Promotore che vuole solamente il bene del nuovo comune».
Mi raccomandai specialmente ai reduci combattenti ed agli anziani che sapevano oramai in quanta misera condizione tenevano la gente di "fôr", buona a nulla, proprio perché mai si era ribellata con tanta pervicacia, appunto come tanti colonizzati; ricordo che dissi pure: «Comunque domattina all'alba numerosi volenterosi ostinati andranno ad appostarsi ai vari varchi delle vie che portano ad Avigliano, per invitare ancora una volta tutti coloro che tenteranno di andare ad Avigliano.
È ora di finirla con questo tira e molla del firmare e controfirmare, con l'illusione degli aviglianesi di convincere il prefetto che i coloni hanno sempre piacere di dipendere da Avigliano. Noi amiamo i nostri parenti e amici aviglianesi, ma essi non hanno fatto nulla per agevolarci l'esistenza riducendoci i motivi, spesso banali, per cui dobbiamo andare ad Avigliano. Male ha fatto l'amico Mancusi, per essere eletto, a venire a promettere l'anagrafe. Ora siamo in condizione di poterci e saperci amministrare, siamo diventati adulti. E gli impiegati del nuovo comune non li faremo venire certamente dall'attuale capoluogo, ove non c'è nessuno di queste parti». A Filiano avevamo perfino la guardia e il bidello di Avigliano.
Credo che nessuno sia andato ad Avigliano quel giorno. Né, in effetti, alcuno andò ai... varchi.
Ce ne vollero di mesi prima che il sindaco si decidesse a convocare il consiglio comunale. Chissà quante lettere avrò scritto a Reale perché avesse sollecitato il prefetto ad imporre a quel sindaco di decidere in qualunque modo. E l'andirivieni da Filiano a Potenza mio e dei colleghi era incessante. Era necessario perseverare, non stancarci. E fu quello, ritengo, il maggior merito del Comitato e mio, quale presidente che fosse "primus inter pares".
Bisognava stare sempre all'erta, in qualunque momento dell'istruttoria della pratica, per farle superare o evitare gli eventuali ostacoli. I più pericolosi potevano venire dai socialcomunisti, elettori dell'amministrazione comunale vigente; ma era necessario anche non urtare i democristiani che allora si avviavano a divenire il partito di maggioranza a livello nazionale. Bisognava quindi tenere buono il prete di Filiano e anche gli Onorevoli Colombo, Marotta, Zotta e il segretario Provinciale Merenda.
Naturalmente a quel livello ci pensava il nostro fedele Reale. Ma anche da parte mia non mancai di andare a trovare tali personaggi per esporre i motivi validi della nostra aspirazione, spesso accompagnato dal collega Andrea Bochicchio che, a Filiano, rappresentava i democristiani.
Per tenere calmi i non democristiani, ricordavo sempre di essere apartitico e che agivo esclusivamente per il bene del paese.
Così alle riunioni tutti partecipavano per essere informati della lotta e intanto io facevo di tutto per favorire la diffusione della cultura e l'eliminazione dell'analfabetismo. Anche le scuole serali per gli adulti davano buoni frutti. Si parlava di tutto, dell'agricoltura e dei nuovi metodi di coltura, di politica senza mortificare nessuno, della speranza di leggi per i combattenti, di concorsi per giovani e anche di cronaca locale. Concludevo sempre dicendo che il futuro dipendeva molto anche dalla futura nuova locale amministrazione, vicina ai bisogni immediati.
Infatti una delle prospettive dell'On. Reale, per dare un primo rapido respiro alla zona, era quello di interessarsi, subito dopo l'erezione del comune, a che si fosse costruita una caserma di qualche reparto militare che avrebbe fatto dislocare nel nostro territorio. Questo, diceva, oltre il lavoro immediato per le varie costruzioni che si sarebbero effettuate, avrebbe incrementato il comune con nuove famiglie di ufficiali e sottufficiali che avrebbero dovuto risiedervi. Quindi un maggiore movimento anche commerciale di varia natura. E scuole e alberghi che si sarebbero resi indispensabili.
L'On. Zotta, invece, promise il dono della culla per il nuovo nato, la casa comunale.
Queste notizie, vere d'altronde, le davo con entusiasmo personale, ma anche perché tutti avessero visto un futuro che meritava la battaglia che si conduceva, e non si fossero mai più fatti abbindolare dagli avversari che seminavano zizzanie e diffidenza.
Altro luogo in cui potevo fare propaganda per il nascente comune, tanto da farvi settimanali riunioni per l'autonomia, era la sede della cooperativa di facchini e barrocciai che io organizzai rendendo così possibile la loro iscrizione all'INPS ed alla Cassa Mutua Malattia, con l'assistenza sanitaria gratuita e gli assegni familiari. Da pochissimi iniziali, li portai ad una trentina tra le due categorie. Io fungevo da segretario gratuitamente. Ma per me l'importante era che anche quello diventasse un altro centro propulsore di riscatto sociale.
Invece la Società Agricola Cooperativa, che esisteva già da moltissimi anni, era costituita da moltissimi anziani che, nel dopoguerra, decisero di accogliere anche i figli dei soci. Ragione per la quale anche io aderii e, così, ebbi altra possibilità di incontrare persone con le quali molto raramente mi capitava di poter parlare anche dell'autonomia. Presto mi elessero presidente e mi adoperai come meglio potei sino alla realizzazione di una seconda cappella mortuaria.
Finalmente il 26 giugno 1947 il consiglio comunale di Avigliano fu convocato, ma solo per decreto del prefetto, che agì su insistenza dell'onorevole Reale. A tal fine il prefetto delegò a partecipare al consiglio stesso il dr. Patrella, suo capo di gabinetto.
Da Filiano andammo un bel gruppo proprio per ascoltare cosa avrebbero detto i vari consiglieri e naturalmente per potere, eventualmente, confutare, poi, sulla stampa o con esposti al prefetto qualunque cosa avessero detto.
Fummo diligentemente calmi e attenti. Ma soprattutto avevamo fiducia che il commissario prefettizio non avrebbe fatto accadere nulla di incivile in eventuali scontri dialettici. E noi filianesi eravamo lì solamente per prendere nota. Fu questo l'impegno che assunsi col dr. Patrella a Potenza quando lo rassicurai, alcuni giorni prima, purché finalmente la pratica si fosse mossa da Avigliano, che non avrebbe mai voluto perdere i suoi buoni contribuenti.
Tale comportamento di Avigliano era persino compreso da noi. Ritengo che nessun capoluogo gioisca mai quando una o più frazioni del suo territorio chiedono di volersi separare.
Gli unici argomenti che i consiglieri aviglianesi poterono esporre furono: la tradizione aviglianese dal 1500, il dubbio di numerose firme falsificate, la faziosità politica del Comitato Promotore per la voglia di dominare e sfruttare la popolazione, Comitato che era riuscito persino a... corrompere il prefetto che si era deciso a mandare un commissario.
Favorevoli invece, furono i due consiglieri Serafini e Summa che erano della nostra zona ed avevano fiducia nel Comitato.
Naturalmente la pratica col parere negativo del consiglio comunale la portò a Potenza lo stesso dr. Patrella.
Il parere dell'amministrazione non poteva essere previsto favorevole da noi, che sapevamo quanto avevamo fatto per averlo e conoscevamo gli artifizi che alcuni consiglieri avevano adoperato per fare ritrattare le firme, tutte sacrosante.
Oramai nessuno più dei cittadini di Potenza e Provincia, o della regione, che leggevano La Basilicata, Il Mattino, Il Tempo, Il Giornale d'Italia potevano parteggiare per Avigliano. Di tutti quei giornali ero il corrispondente da Filiano e, spesso, pubblicavo degli articoli riguardanti l'Autonomia Comunale che volevamo. E gli articoli li redigevo in collaborazione dei colleghi che erano tutti entusiasti quanto me.
DEPUTAZIONE PROVINCIALE
Bisognava oramai fare in modo che presto la Deputazione Provinciale (come allora si chiamava la Giunta Provinciale) si pronunciasse e possibilmente a favore di Filiano. Le manifestazioni e la stampa certamente avevano raggiunto i vari obiettivi, ma il Comitato Promotore ritenne opportuno andare a trovare singolarmente la maggior parte dei componenti la Deputazione, affinché l'aspirazione dei filianesi venisse considerata una faccenda di giustizia umana e non politica.
Non ricordo chi e dove andò ciascun collega; personalmente cercavo di mantenere i contatti con Colombo, Zotta, Marotta, l’ing. Catenaccio a Rionero e con un personaggio di Melfi di cui non ricordo più il nome (l’avv. Salvare di Melfi, ndr). Noi avevamo bisogno di essere sentiti, compresi, consigliati per ottenere un legale diritto.
In quanto agli esponenti comunisti Provinciali certamente erano avvicinati dal caro parente Antonino Pace, allora residente ad Atella, ma con cui i contatti erano buoni, ed era sinceramente per la vittoria di Filiano.
Oramai le simpatie per la causa di Filiano aumentavano anche fuori del nascente comune, specialmente fra gli intellettuali.
Ricordo molto vivamente il bravo dr. Ferdinando Tantalo, che spesso incontravo nella libreria Marchesiello in via Pretoria; era pure lui un funzionario in Prefettura, e manifestava ammirazione per la nostra azione. Io nella libreria molte volte parlavo con il proprietario, signor Gerardo Marchesiello, di quanto accadeva al mio paese e lo facevo di proposito; frequentata com'era la libreria valeva la pena farsi sentire affinché l'idea si spandesse sempre di più. Lì capitava gente da tantissimi paesi. Alle volte mi intrattenevo con don Gerardo non solo per acquistare qualche libro, ma anche per sentire la sua esperienza, giacché conosceva tutti i potentini e molti lucani che passavano con me; restavo sino all'ora della corriera che dovevo prendere a piazza Sedile. Alcune volte ero lì anche per attendere l'ora di incontro con funzionari della Prefettura o della Provincia per chiarire qualche cavillo che venivo a sapere presentato dall'amministrazione di Avigliano.
Così appurai che nella Prefettura si aspettava da Avigliano l'elenco dei contribuenti del nuovo comune per fare alcuni calcoli delle entrate. Ci pensammo alcuni di noi del Comitato per farci ???? direttamente quell'elenco con le buone maniere, alla chetichella. Sento ancora in me il ricordo di quelle persone comprensive che ci furono utili e gliene sono grato anche se oramai sono scomparse.
Purtroppo bisognava sempre andare a rendersi conto in mano a chi fosse la pratica e perché non procedesse. O anche per chiarire, "de visu" e con garbo, la situazione di Filiano e che la lotta era per risolvere un'esigenza vera, pratica, sociale e non politica, cioè contro l'amministrazione comunista che guidava Avigliano, come volevano fare intendere loro a Potenza. E non c'era niente di male né di strano se qualche volta si offriva "un caffè" per migliorare più affabilmente un dialogo con i funzionari incaricati, anche per sollecitarli alla definizione del momento.
Così, dopo numerose sollecitazioni personali, la presenza costante del buon Vito Reale, l'azione dei singoli componenti del Comitato Direttivo: i democristiani Andrea, Antonino, i socialisti Canio e Domenico, qualche articolo sui quotidiani "Il Mattino", "Il Tempo", "Il Giornale d'Italia" (ma specialmente il primo che aveva la pagina lucana), avemmo il parere favorevole della Deputazione Provinciale (all’unanimità, ndr).
L'On. Reale ci teneva sempre informati sulla situazione. Diverse volte lo abbiamo invitato a Filiano per farlo sentire a tutti e naturalmente preavvisavamo anche i rappresentanti del Comitato, sparsi in tutte le frazioni. Se ne andava sempre contento delle manifestazioni d'affetto che gli tributavamo. Ricordo che una volta, avendo notato che tra la gente c'erano anche numerosi ragazzi, mi disse: «Vedi, Angelo, quando alle manifestazioni partecipano anche i piccoli, si può essere certi che la causa è giusta e si vince sicuramente».
DELIMITAZIONE DEI CONFINI
Per la delimitazione dei confini del nuovo comune fu incaricato il geometra Francesco Claps, perché risiedeva a Potenza, lavorava presso il Genio Civile ed era nativo o cresciuto a Filiano, figlio del medico condotto Giuseppe, residente a Filiano alla sua epoca. Lo conoscevo personalmente e lo avevo incontrato moltissime volte a Potenza. Avevo conosciuto anche i suoi fratelli e ricordo ancora la madre "donna Caterina" che, vedova, gestiva una specie di farmacia a Filiano, alla buona, perché gliela aveva lasciata il marito medico, per le più urgenti e comuni necessità degli ammalati locali, altrimenti per ogni minima esigenza bisognava correre ad Atella o a Rionero che erano le località più prossime e convenienti, e non ad Avigliano, per la maggiore distanza e la catena montuosa che ci separava.
Quindi, per la delimitazione dei confini del nascente comune, da parte dell'ingegnere capo del genio Civile non ci poteva essere scelta migliore del Claps, il quale oltre ad essere la persona più qualificata era estremamente serio, obiettivo e competente per ben determinare la linea da seguire. Con una cartolina postale chiamò me, perché sapeva del mio interessamento per l'autonomia comunale, per conoscere quali confini ci eravamo preposti nella raccolta delle firme.
Ricordo il piacere col quale mi accolse nel suo ufficio, stringendomi la mano anche per la buona campagna che facevo sulla stampa a proposito del motivo per cui mi aveva chiamato.
Prese la planimetria del comune di Avigliano e, mostrandomela, disse: «Sono stato incaricato di segnare la delimitazione del nascente comune secondo la richiesta che avete fatto, in coincidenza con le varie località dove avete raccolto le firme». Per me il concetto era chiaro in base a quanto stabilito con il Comitato e l'On. Reale.
Così, con una matita, si mise a segnare partendo dal bosco di Monte Caruso e sotto a Signore, Masi, sino alla curva della Macchia di Catena e qui, seguendo la rotabile che escludeva Lagopesole sino giù alla Manga, e così di seguito, escludendo per ora anche Piano del Conte perché qui, per sconvenienza di itinerario, non eravamo andati per le firme col notaio, ma contavamo di farlo in un secondo tempo. Invece includemmo buona parte del bosco del principe Doria, affinché il nuovo comune bisognoso avesse la fondiaria sin dalla nascita.
Il mio cuore certamente superò le duecento pulsazioni al minuto in quegli attimi. Capii che finalmente la nostra lotta era tenuta nella giusta considerazione, giacché una mano tanto seria, con sicuro piacere, tagliava o segnava la desiata demarcazione del comune di Filiano dicendomi: «Caro Angelo, devi pur sapere che questa era una aspirazione che avevamo noi giovani filianesi quando io avevo vent'anni e notavamo le difficoltà che bisognava superare per raggiungere Avigliano, per andare al Municipio. Meno male che vi siete decisi e resterò sempre un ammiratore compiaciuto della vostra tenacia». Lo rassicurai naturalmente che la tenacia costante nelle decisioni da parte mia era uguale in tutti gli altri cinque colleghi e in tantissimi altri uomini che nominai e lui conosceva.
Alla fine una stretta di mano e l'augurio di una migliore conclusione al più presto, per il bene specialmente dei posteri che, dalla nascita, non avrebbero sofferto la nostra umiliazione di dover impegnare un giorno per andare al proprio Municipio.
Naturalmente il tutto era, per il mio spirito, incentivo a sempre meglio operare per ben concludere. Anche perché, sennò, come mai io restavo a Filiano adattandomi a quella vita modestissima a differenza dei precedenti professionisti che una volta diplomati o laureati se ne andavano?
GIUNTA PROVINCIALE AMMINISTRATIVA
Ancora agli inizi del 1948 Avigliano tentò di bloccare tutto denunciando, direttamente alla magistratura, la richiesta di autonomia come un falso, a causa delle "false" firme. Ma fu un tentativo inutile, perché, prima che il giudice istruttore archiviasse la denuncia dopo sette mesi, già il 18 aprile 1948 pure la Giunta Provinciale Amministrativa=GPA (Prefettura) diede parere favorevole all'autonomia. Io spedii da Potenza un telegramma con la lieta novella, per cui a sera, spontaneamente, molti si misero a gridare di gioia: «Viva l'autonomia, abbasso il comune di Avigliano, viva il Comitato», e qualcuno sparò anche qualche colpo di fucile da caccia, per la grande euforia. Ci fu però chi segnalò ai carabinieri l'accaduto.
Così furono denunciati per sommossa in sette: Colangelo Paolo di Giuseppe, Colucci Giovanni fu Canio, Colucci Giuseppe Vincenzo fu Francesco, Colucci Leonardo fu Francesco, Gerardi Domenico fu Nicola, Pace Antonio fu Leonardo, Pace Domenicantonio fu Leonardo. Pur essendo difesi dal bravo avvocato Leonardo Luigi Claps, il 10 maggio 1948 essi furono condannati in Pretura di Avigliano, e soltanto il 10 dicembre 1951 furono assolti in appello presso il Tribunale di Potenza, difesi dagli avvocati Giuseppe Zaccara e Franco Bardi. Se non ricordo male, il Comitato contribuì poi alle spese che dovettero sostenere i nostri sette entusiasti concittadini che allora non potemmo considerare meno che martiri ed eroi.
Oramai la lotta era sentita profondamente e non dispiaceva più a nessuno di quelli che non avevano firmato a suo tempo.
A ROMA
Col parere favorevole della GPA, la pratica fu spedita dalla Prefettura di Potenza al Ministero degli Interni a Roma.
Anche lì si incontrarono lentezze burocratiche ed Avigliano, nonostante la distanza, trovò modo di sollevare nuovi cavilli ritardanti. Naturalmente ancora fu decisivo l'appoggio di Reale che, intanto, era stato nominato Senatore di Diritto.
Ci vollero più di due anni prima di avere il parere favorevole del Consiglio di Stato e nel frattempo numerosi furono i viaggi per andare a sollecitare, al Ministero degli Interni, il funzionario addetto, a nome di Reale e quale presidente del Comitato, dicendo sempre che la popolazione, ovvero alcuni scalmanati, minacciavano manifestazioni di protesta per il ritardo della definizione. E sempre c'erano difficoltà da superare per segnalazioni avverse sopraggiunte circa firme false o maggioranze non vere di contribuenti di alcune frazioni. Ricordo che così, al Ministero nacque la necessità di avere una più esatta delimitazione dei confini del nuovo comune. Fecero la richiesta al prefetto di Potenza e questi al Genio Civile. Qui si adoperarono, per affrettare i tempi, di nuovo il funzionario Claps e l'ingegnere capo, che non ricordo se fosse il bravo filianese Antonio Luongo o l'aviglianese Colangelo.
Un'altra volta il Sen. Reale mi invitò ad andare all'ufficio Enti Locali (mi pare) del Ministero degli Interni per chiarimenti. Volevano che, una volta delimitate le frazioni del nuovo comune, si dimostrasse l'esistenza della maggioranza favorevole per ciascuna di esse. Mi suggerirono di trovare chiarimenti all'Istituto Nazionale di Statistica, poco lontano dal Viminale (sede del Ministero).
Ma anche per questo nuovo intoppo Roma interpellò il Genio Civile di Potenza. Per diversi giorni il Comitato stesso fu invitato presso detto ufficio, sempre guidati dal geometra Claps a collaborare per segnare quali erano i contribuenti del nuovo comune e dove risiedevano, distribuiti nelle tre frazioni che si stabilì formare il nuovo comune: Filiano, Sterpito e Dragonetti-Scalera. Dovemmo, però, andare prima presso l'esattoria comunale di Avigliano, ove il competente signor Nicola Gagliardi ci mise in condizione di sapere chi erano i nostri contribuenti.
Così ricavammo un magnifico elenco dei residenti contribuenti nel nascente comune, che ci permise di assegnarli alle tre frazioni. Ma pure per definire le tre frazioni, delimitandole l’una dall’altra, nuovamente il Ministero chiese alla Prefettura e questa al genio Civile; e questo al Comitato che, sollecitamente e con grande impegno, elaborò, in diverse settimane, l’assegnazione dei singoli concittadini contribuenti alla tre frazioni. E fu necessario, allora, accanto ad ognuno segnare se firmatario o meno dell'istanza notarile, onde potere dedurre se si aveva la maggioranza favorevole dei contribuenti. Ricordo che fu un lavoro molto laborioso e che richiedeva la conoscenza dei singoli abitanti, casolare per casolare. Ma i colleghi miei li conoscevano bene uno per uno ed il lavoro non fu difficile più di quanto fosse stato noioso, tedioso e seccante, poiché bisognava pure attribuire ad ogni contribuente le "particelle terriere" di loro proprietà, perché alla fine il maggior numero di firmatari e contribuenti doveva risultare favorevole ad un nuovo comune con sede a Filiano.
Una volta andammo a Roma una decina di persone per entusiasmare Reale che ci accompagnò dal sottosegretario all'Interno Sen. Marazza a manifestare le buone ragioni dei filianesi.
Ricordo che Marazza ebbe sempre grande simpatia nei nostri riguardi, tanto che si era proposto che, una volta costituitosi il nuovo comune, sarebbe venuto qualche volta a caccia nella nostra zona insieme al caro Reale.
Io gli scrivevo, una volta conosciutolo di persona assieme a Reale, rammentandogli ogni volta di far procedere la pratica tanto agognata.
Ricordo anche che due volte andai a casa di Marazza di buon mattino per trovarlo prima che andasse a lavoro ed egli poi mi portava con sé, nella sua macchina con l'autista, al Viminale.
Qui oramai conoscevo bene il caro lucano Antonio Sinfisi, originario di Ripacandida, il quale mi teneva informato della posizione della pratica, in quale ufficio fosse e sul funzionario addetto al quale sempre mi presentavo... per illustrare la situazione e... sollecitare. Quando la "cosa" mi sembrava poco chiara informavo Reale che interveniva.
Avevo imparato bene gli uffici dov'erano e gli ascensori opportuni; non era necessario farmi annunciare all'ingresso principale e rimanere qui anche per qualche ora di attesa, avevo capito che bastava entrare verso le ore otto del mattino confondendomi con l'entrata degli impiegati; me ne andavo davanti alla porta della persona che volevo incontrare e qui magari attendevo il momento opportuno, o mi facevo annunziare dall'addetto al corridoio. Mi facevo coraggio, ogni volta, perché ero certo di battermi per una giusta causa.
Ma la lotta fu estenuante e naturalmente spesso capitava di sembrare. .. infinita, specialmente quando notavo che molti del Comitato stesso non mi stimolavano più. Specialmente allora chiedevo al nostro "protettore": «Don Vito, ma se la legge è quella dei dieci chilometri, tremila abitanti, ecc., ecc., requisiti che noi abbiamo a iosa, perché lo Stato non ci protegge definendo in breve la pratica?».
«Purtroppo sono esigenze della nostra burocrazia, pur necessaria per meglio appurare e definire le cose. La via è lunga e bisogna percorrerla anche per dimostrare la maturità di chi vuole migliorare».
Così mi arrendevo a dover resistere, anche per non perdere quanto era già stato fatto.
Il Sen. Reale fu sempre esemplare come maestro di democrazia per me che venivo da otto anni di vita militare, sia pure da ufficiale, ma pur sempre "sbrigativo" nelle azioni e "impaziente" nelle… lungaggini.
La istituzione di nuovo comune, invece, non poteva essere una cosa... semplice, non meditata abbastanza e doveva essere coronata da tante necessità di cui abbisogna una amministrazione comunale, specialmente se nuova; di qui gli intoppi cosiddetti burocratici oltre quelli provocati dagli avversari. Ricordo che fu in questa epoca che lo zelante don Alessandro Santoro (che aveva già partecipato volentieri ad alcune manifestazioni in Prefettura) mi raccomandò, giacché andavo spesso al Ministero degli Interni, di andare a fare una visita all'ufficio dov'era la pratica per istituire anche la parrocchia di Filiano che pure faceva parte ancora di quella di Avigliano. Fu così che in una occasione andai anche all'ufficio delle Parrocchie. Naturalmente mi presentai pure a nome della popolazione a chiedere come stessero le cose, dicendo che era deplorevole che ancora non si realizzasse questa nuova parrocchia, mentre Filiano diventava comune autonomo. Ricordo che anche qui fui bene accolto e diedi ad intendere che era un dato appositamente per desiderio dei nuovi parrocchiani che anelavano ardentemente di fare prima dell'autonomia comunale.
Don Alessandro riuscì prima alla costituzione della nuova parrocchia di Filiano, riconosciuta civilmente il 127 dicembre 1949, ma, mi perdoni, credo non avesse avversari accaniti come quelli del Comitato per l'autonomia. Però la nuova parrocchia divenne pure un motivo in più perché Filiano meritasse la sua autonomia anche comunale.
CONSIGLIO DI STATO
Infine il Ministero degli Interni inviò la pratica al Consiglio di Stato, per avere l'ultimo parere. Anche qui Avigliano cercò di bloccare il naturale evolversi degli eventi.
Non ho mai appurato quale autorità appoggiasse quella amministrazione comunale per ostacolare o ritardare i nostri diritti.
Mi sovviene un indimenticabile episodio accadutomi a Roma in quel periodo. Siccome sapevo che il Sen. Mario Zotta era consigliere di Stato, andai a trovarlo a casa sua. Dopo alcuni minuti in sala d'attesa, finalmente mi ricevette. Mi disse subito che proprio allora era uscito don Vito Genovesi, sacerdote di Avigliano, che era andato a trovarlo per il mio stesso motivo, benché con fini opposti. Non mi meravigliai. Conoscevo don Vito e la sua perspicacia. Però non immaginavo che proprio lui, forse più cristiano di me, si opponesse alla "eliminazione di una grave inconvenienza per le popolazioni filianesi.
Comunque il Seno Zotta mi assicurò la sua massima simpatia per la causa di Filiano che meritava l'autonomia comunale, anche se dispiaceva tantissimo ad Avigliano. Tuttavia quando il 19 gennaio 1951 il Consiglio di Stato, dopo tanti rinvii, finalmente discusse di Filiano, Zotta fu assente.
Quel giorno io a Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato; da un usciere riuscii a sapere che Zotta non c’era, come pure che il parere era favorevole. Colmo di gioia corsi a riferire a Reale, che trovai già informato. Quindi andai pure a salutare Colombo, il quale telefonò per avere la notizia e me la confermò. Così infine corsi alla posta per telegrafare a Filiano l'esito tanto importante ed atteso dagli amici. Ricordo che quella volta tornai a Filiano con i piedi quasi piagati per avere camminato tanto.
Senatore Avvocato Vito Reale - Sostenitore dell’autonomia comunale
FILIANO COMUNE AUTONOMO
Un giorno, in attesa di incontrarmi con Reale, mentre passeggiavo per i corridoi di Palazzo Madama, sede del Senato, e sulle pareti leggevo le meravigliose massime patriottiche di personaggi del passato, ebbi modo di sentire voci di senatori piemontesi e senatori campani che si rimbrottavano a vicenda. Mi impressionò un piemontese quando asserì: «I guai vostri, voi meridionali non li risolvete facilmente, non perché noi vinciamo essendo più numerosi, ma perché voi nelle discussioni parlamentari non siete mai compatti come dovreste essere». Questa affermazione mi colpì anche pensando a Filiano ove, se fossimo stati più compatti non solamente nel Comitato, certamente alcune rogne non le avremmo avute. Ma ovviamente è pure da considerare come è fatta l'umanità, e Filiano certamente non è diverso da altre località in ogni aspetto.
Fu quella l'ultima andata a Roma a prendere suggerimenti da don Vito che mi consigliava a quali uffici rivolgermi.
Oramai, dopo il parere favorevole del Consiglio di Stato, non c'erano più grandi ostacoli, anche se noi temevamo nuovi interventi dell'amministrazione di Avigliano, che in effetti ci furono a livello ancora del Ministero, della Corte dei Conti, persino del Presidente della Repubblica, ma portarono ritardi solo di pochi mesi.
Infatti il 10 marzo 1951 il Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, firmava, su proposta del ministro degli Interni Mario Scelba, il decreto istitutivo del Comune di Filiano. Un telegramma del Sen. Reale ci informò dell'evento tanto atteso. Il ricordo più bello resta per me quello del 1° aprile 1951, quando il generoso Sen. Vito Reale venne a Filiano accolto da tutto il Comitato e dalla popolazione, per comunicare ufficialmente che il nuovo comune era stato realizzato secondo la volontà sua e di tanti buoni cittadini firmatari dell'istanza, che gli erano stati calorosamente accanto.
Il Senatore era accompagnato dalla consorte, signora Nunzia, e dal maggiore dei carabinieri di Potenza dr. Montinari, pure con la consorte. Don Vito attraversò le strade tra il tripudio dei cittadini; entrò nella chiesa per un breve omaggio alla nostra Madonna del Rosario; poi parlò alla folla in piazza, dal balcone di casa mia, entusiasmando tutti con le sue parole. Fra l'altro ricordo che disse: «È un comune nuovo il vostro che ho il piacere di aver visto concepire, fecondare e nascere in questa generosa Valle di Vitalba ridente e feconda all'ombra del rigido Monte Caruso e del fertile Vulture» e ancora: «Ho pure piacere di trascorrere in mezzo a voi questa bella giornata, che mi ricorderà la chiusura della mia vita politica, tra un popolo plaudente che ho sempre amato ed a cui oggi ho portato il dono promesso, terminando di assolvere così l'ultimo impegno della mia vita di parlamentare».
In nome del Comitato ebbi il piacere di annunciare allora che proclamavano il Sen. Reale "primo cittadino" del nuovo comune di Filiano.
La letizia dell'atmosfera era all'apice, accompagnata dai suoni della banda musicale di Filiano e dalle voci di ragazze filianesi che, sempre dal mio balcone cantarono improvvisati stornelli.
La manifestazione si concluse con un magnifico pranzo a casa di mio fratello Salvatore, con cuoche mia moglie Marianna e tutte le brave mogli dei componenti il Comitato Direttivo. A tale simposio parteciparono anche i più attivi collaboratori del Comitato, compresi anche rappresentanti dei vari borghi.
A chiusura della giornata furono fatti esplodere tre "colpi oscuri" assai potenti.
Si convenne nel Comitato che, all'uscita della Gazzetta Ufficiale, si sarebbe organizzato un nuovo Comitato per una solenne festa, magari all'inaugurazione del comune di Filiano funzionante.
Purtroppo, a quanto mi risulta, mai è stata realizzata una qualsiasi manifestazione. L'unico ricordo vero di quegli eventi l’ha posto, con mio assai gradito riconoscimento, l'amministrazione Bardi con la toponomastica: "Piazza Vito Reale Senatore" e "Via Vito Reale Senatore".
Da parte mia, in omaggio al caro don Vito, ho voluto aggiungere a mio figlio Leonardo Michele, che porta i nomi dei suoi nonni, anche il nome di Vito.
Mi rincresce solo che quel 1° aprile, sul balcone, guardando la folla plaudente, io dissi al Sen. Reale, alla presenza di Antonino Pace e Andrea Bochicchio, che quella piazza, a ricordo suo, l'avremmo denominata "Piazza Vito Reale"; egli rispose: «Preferisco il Corso». Antonino e Andrea assentirono e aggiunsero: «Ma certamente, sarà fatto, e nel Municipio installeremo anche un suo busto». Anche questo non è stato realizzato. La gratitudine, purtroppo si sa, è dura a presentarsi...
Il giorno successivo il Senatore volle tornare. a Filiano, per passeggiare normalmente nelle strade, fra la gente impegnata nelle sue attività quotidiane. Ricordo che in quell'occasione accettò volentieri l'invito ad entrare nella casa di Vito Luongo, il delegato del sindaco di Avigliano, col quale avevamo avuti tanti contrasti e incomprensioni. Lo accompagnammo io e mio fratello Antonino. Era il segno che veramente si chiudeva un ciclo di eventi, portandosi via anche gli eventuali risentimenti che potevano permanere.
Quel gesto confermava la nobiltà d'animo del Sen. Reale. Fu l'ultima volta che egli venne a Filiano! Dopo un paio di mesi si ammalò a Roma, non riprendendosi più completamente e scomparve il 28 aprile 1953 a settant'anni.
Intanto il decreto istitutivo del nuovo comune seguì il percorso della normale prassi, così ebbe il visto del ministro di Grazia e Giustizia, la registrazione della Corte dei Conti, infine la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il 13 settembre 1951.
A fine anno il prefetto nominò commissario prefettizio il bravo ragioniere Michele Pergola, col compito di impiantare il nuovo comune, coadiuvato dal segretario comunale del comune di Rionero dottor Sisti.
Così il 1° gennaio 1952 il comune diveniva pienamente operante ed il primo consiglio comunale di Filiano poté finalmente insediarsi l'8 giugno 1952, dopo ben sei anni dall'inizio per la lotta dell'autonomia.
COMITATO CONSULTIVO
- Bochicchio Antonio
- Carriero Giuseppe
- Carriero Paolo
- Claps Giuseppe Rocco
- Colangelo Angelo Vito
- Colangelo Paolo
- Colucci Domenico
- Colucci Donato
- Colucci Giovanni
- Colucci Tommaso
- Gerardi Domenico
- Guglielmi Vito Donato
- Larotonda Donato fu Giuseppe
- Lorusso Donato
- Lorusso Vito di Giuseppe
- Lucia Giuseppe di Vitantonio
- Luongo Vincenzo
- Martinelli Canio
- Mecca Giuseppe di Angelo
- Mecca Paolo di Vito
- Monaco Domenico fu Pietro
- Nella Vito
- Nolè Donato fu Giuseppe
- Pace Antonino fu Giuseppe
- Pace Carlo
- Pace Domenicantonio
- Pace Domenico
- Pace Francesco di Andrea
- Pace Giacomo di Andrea
- Pace Giacomo di Nicola
- Pace Giuseppe di Nicola
- Pace Giuseppe fu Leonardo
- Pace Leonardo fu Francescantonio
- Pace Vincenzo fu Giuseppe
- Pace Vito fu Angelo
- Palladino Saverio
- Romaniello Pietro
- Romano Domenico
- Santoro Pietrantonio di Michele
- Summa Giuseppe fu Angelo
- Telesca Vitantonio di Paolo
- Vaccaro Paolo fu Giovanni
I PIÙ ATTIVI
I più attivi nella lotta, sia membri del Consultivo che non, furono:
- Bochicchio Antonio fu Donato Vincenzo
- Claps Giuseppe Rocco
- Colangelo Angelo Vito fu Paolo
- Colangelo Donato (portalettere)
- I due Colucci Domenico, da Gianturco
- Colucci Francesco fu Canio
- Colucci Giovanni fu Canio
- I fratelli Colucci fu Francescantonio
- D’Ambrosio Vincenzo
- Gerardi Domenico
- Lorusso Vito
- Martinelli Canio
- Pace Antonino
- Pace Antonino di Leonardo
- Pace Domenicantonio di Leonardo
- Pace Donato di Andrea
- Pace Donato di Leonardo
- Pace Francesco di Andrea
- Pace Leonardo di Donato
- Pace Leonardo fu Francescantonio
- Pace Salvatore di Leonardo
- Pace Vitantonio
- Quasi tutti i Pace di Filianello
- Santarsiero Domenico di Antonio
- Summa Canio, da Meccadinardo
- Summa Giuseppe fu Angelo
Ma certamente ce ne furono tanti altri, specialmente delle frazioni, che non ricordo. Come pure ci fu chi partecipò con lettere di incoraggiamento e contributi economici, come mio fratello Giuseppe Maria da New York ed altri dall'America e come Donato Lovallo da Torrington ed amici suoi.
CONCLUSIONE
Questo mio scritto non è una cronaca o una storia degli eventi che abbiamo vissuti durante la lotta per l'autonomia di Filiano; non poteva e non voleva essere questo. È solo un insieme di ricordi, presentati in modo discorsivo, alcuni ancora vividi in me per le forti emozioni e il coinvolgimento che mi diedero, altri più sbiaditi; certamente alcuni episodi, alcuni volti, alcuni nomi mi sono sfuggiti perché il tempo di quegli eventi è ormai lontano ed ho narrato quasi tutto a memoria.
Spero solo che i giovani filianesi di oggi vedano in esso la testimonianza di un concittadino che, quale presidente del Comitato per l'Autonomia, visse in prima persona quelle battaglie di progresso, nelle quali combatterono anche tutti gli altri abitanti delle nostre contrade, i loro padri, i loro nonni.
Personalmente sono anche felice che Avigliano non abbia avuto gravi danni economici perdendo Filiano, giacché successivamente ha avuto un notevole sviluppo tanto da diventare uno dei più ricchi centri della Provincia, e questo certamente per impulso del suo valente On. Vincenzo Verrastro.
Si capisce che come a Filiano non sono stato io solo a volere il comune, così a Potenza e a Roma lo hanno voluto tutti i partiti e i loro rappresentanti, persuasi della bontà è necessità della bisogna, e se essi si fossero opposti sarebbe stato assai più difficile arrivare alla vetta.
La grandezza di Vito Reale, per me, é consistita, prima di tutto, nell'avere sposato la nostra causa perché la popolazione laboriosa lo meritava, poi perché é stato costantemente tenace e non ha mai chiesto nulla in compenso.
Come disse nel suo ultimo discorso del 1° aprile 1951, quasi presagendo la sua fine, egli vide, nel suo impegno per Filiano, l'ultimo della sua vita politica, che quindi per lui era animata dal desiderio di servire il bene della comunità. Certamente anche i princìpi democratici e liberali, cui egli si ispirava, furono adatti proprio al momento storico di Filiano di quagli anni; infatti il coinvolgimento di tutti, la loro responsabilizzazione, la consapevolezza dei propri diritti. La tolleranza e il rispetto degli avversari. Sono valori di libertà dei quali egli si servì, e verso i quali spinse noi filianesi che, quasi inconsapevoli, li facemmo nostri e ce ne servimmo per meritare la nostra autonomia.
La lotta per l’autonomia comunale fu il primo passo di un riscatto che tutti sognavano per la nostra Valle di Vitalba che, di notte, illuminata da migliaia di lampadine elettriche, sparse da Strepito a Dragonetti, a Scalera, con Filiano al centro e con il cielo stellato, appare come un mare gremito di tanti natanti, il cui tremolio di luci esprime la vivacità dei cuori pulsanti di un laborioso popolo che attende per brillare ancora maggiormente.
Salerno, giugno 1992
NOTE
1 L’on. Reale ci richiamò i tre elementi basilari per il successo.
2 D’altra parte, che il parere fosse stato negativo non ci preoccupava perché era obbligatorio e non vincolante, per cui la pratica per l’autonomia poteva continuare a fare il suo corso.
3 L’avv. Salvatore di Melfi.
4 All’unanimità.
5 Nacque la necessità che, all’interno della planimetria dell’erigendo comune fossero riportati i confini delle tre frazioni citate nella domanda finalizzata all’autonomia.
6 Per attribuire ad ogni proprietario le relative particelle con l’indicazione del reddito domenicale e il reddito agrario fu necessario un lavoro massacrante sostenuto da alcuni giovani volenterosi presso il catasto. Il voluminoso documento che ne venne fuori fu firmato dall’ing. Aurelio Colangelo che, pur essendo aviglianese, lo ritenne fedele a vista perché riconobbe la legittimità e la bontà della causa di Filiano ad erigersi in comune autonomo.
7 Come vicaria curata.
8 Zotta fu assente a quella seduta, ma aveva predisposto tutto perchè non si verificassero sor prese.
9 Perché il Ministro dell’Interno on. Sella era reso perplesso dal timore che si potesse dar vita ad un nuovo comune ad amministrazione socialcomunista. La perplessità fu superata dall’intervento dell’on. Colombo che si fece presente al ministro di essere personalmente impegnato perché Filiano fosse eretto in comune autonomo.