Grazie al contributo di:

novità agenda

Palmento

In un areale compreso tra la Riserva Antropologica di Agromonte e Monte Marcone, si rinvengono,  nei boschi, in aperta campagna o vicino alle sorgenti, numerosi ed enormi massi di arenaria: incavati nella parte superiore, quasi a formare una enorme vasca, hanno un buco di scolo ed alcuni, nella parte inferiore, una vaschetta supplementare di raccolta. I manufatti sono realizzati su roccia affiorante e lasciati in loco. La gente del luogo li chiama “palmiende”, equivalente all'italiano “palmento”. Si ipotizza che essi servivano alla pigiatura dell'uva, ma in tempi remoti, forse quando erano in auge le città di Agromonte e Monte Marconi. I documenti dell'epoca attestano come coltivazione principale il vigneto.

Può darsi che in questo periodo, e in quelli successivi siano stati utilizzati per pigiare l'uva, per frantumare le olive, per conciare pellami, per conservare l'acqua, ma non si esclude che potevano essere antichi luoghi di culto e di riti pagani.

Sull'uso primitivo dei palmenti, G. Daraio scrive - nel 1954 -  in “Per la storia di Civita di Tricarico e di Calle”, in riferimento alla festa della primavera celebrata dai Lucani: «I Lucani eseguivano riti solenni, e specialmente nella primavera, evidentemente per propiziarsi gli dei nel periodo in cui i loro lavori campestri si intensificavano, per assicurare abbondante la raccolta. La festa della primavera diveniva così sacra e veniva celebrata ogni anno con canti, danze e sacrifizi.

Secondo Dionigi, i Lucani sacrificavano alla dea ogni primizia, compresi i loro primogeniti. Le vittime venivano immolate durante cerimonie che si svolgevano all'aperto e alle quali partecipava tutto il popolo in un fervore di fede, che diveniva delirio. In seguito il sacrifizio umano fu abolito ma i primogeniti erano forzati a trovare asilo in terre lontane, sotto la protezione della dea cui venivano solennemente consacrati… La celebrazione primaverile, secondo Strabone, prese il nome di ver sacrum .

E lo stesso storico narra, raccolta dalla viva voce del popolo, le modalità del rito. In aperta campagna giungevano schiere di fanciulle incoronate da fiori, che dopo aver destata la fiamma sull'ara della dea, svolgevano danze sacre, che duravano dall'alba al tramonto. Quindi una di esse veniva prescelta per il sacrificio cruento alla dea.

Dopo il sacrificio, le spoglie della fanciulla venivano trasportate su d'una “pira”, che veniva accesa al sorgere della prima stella ed ardeva tutta la notte.

Le ceneri della sacrificata venivano disperse al vento, tra gli alti cori liturgici dei sacerdoti e degli anziani.

Nel secondo giorno venivano sacrificate alla stessa dea due giovenche bianche mentre focacce di miglio venivano distribuite al popolo».  

Ancora oggi la consistenza di tali presenze è quasi inesplorata, riservando sicuramente importanti scoperte scientifiche.

(testi di Gennaro Mecca, Michele Bochicchio, Vito Mecca e Vito Sabia)